Un’analisi critica dei dati celebrati e della realtà quotidiana di lavoratori e dei passeggeri, costretti a fare i conti con un sistema inefficiente
Di Roberto Vedovi
Massimo Milli, responsabile FAISA-CISAL Toscana per i rapporti con le Istituzioni e gli Organi di Informazione, è intervenuto ieri mattina ai microfoni di Lady Radio. Al centro del suo intervento, la critica gestione del traffico fiorentino e la preoccupante emorragia di passeggeri dai mezzi pubblici:
“Ci si sciacqua la bocca con questi dati del 45 milioni di passeggeri. Sono tanti, è vero, bene: possiamo fare tutti un applauso. Ma nessuno più si ricorda gli oltre 95 milioni di passeggeri della sola Ataf, quindi oltre la metà dove è andata a finire? Lo diceva l’assessore Giorgetti prima della scadenza del proprio mandato, lo ribadisce l’assessore Andrea Giorgio oggi: le macchine sono aumentate, c’è qualcosa che non va.”
C’è infatti una discrepanza profonda tra i numeri che vengono celebrati e la realtà che si respira sull’asfalto ogni mattina. Ci dicono che 45 milioni di passeggeri della tramvia sono un successo, un traguardo da applaudire. Ma chi ha memoria, e chi ha il polso della strada come Massimo Milli, sa che non stiamo guardando il quadro completo. Quei 95 milioni di passeggeri dell’era ATAF non erano solo statistiche: erano persone che si fidavano del mezzo pubblico, una fiducia che oggi sembra essersi dimezzata, svanita nel fumo degli scarichi di un traffico che non lascia scampo.
Essere un conducente di autobus oggi significa trovarsi nel mezzo di una morsa. Da un lato c’è l’amministrazione che parla di obiettivi, dall’altro c’è l’utente che aspetta alla fermata, spazientito, guardando l’orologio. E nel mezzo? Nel mezzo c’è un lavoratore imprigionato in un abitacolo, circondato da una marea di auto private che cresce senza sosta. Non è solo una questione di ritardi: è la frustrazione di vedere la propria professionalità vanificata. Quando un autobus è costretto a procedere “dietro la macchinina in coda”, come dice Milli, non è solo il bus a fermarsi, è l’idea stessa di servizio pubblico che fallisce. Le corse saltate e gli orari impossibili da rispettare non sono mancanze di volontà, ma ferite inferte da una città che non riesce più a dare la precedenza a chi trasporta la collettività.
La proposta di Milli non è un semplice tecnicismo, è un grido di buonsenso: 1) smettere di rincorrere l’orologio: Passare alle frequenze (come per la tramvia) significa togliere l’ansia della “partenza a orario” che sbatte contro il muro del traffico. Significa dare regolarità e respiro sia a chi guida che a chi aspetta; 2) reclamare lo spazio: laddove possibile, il trasporto pubblico deve avere una corsia privilegiata, un percorso protetto che non sia una concessione, ma un diritto.
Non possiamo più permetterci di “sciacquarci la bocca” con i dati se non affrontiamo il fatto che le persone stanno tornando alle auto perché il bus è diventato ostaggio del traffico. Serve un patto vero, umano e operativo, tra Regione e Comune.
Dobbiamo restituire al conducente la dignità di poter garantire un servizio e al cittadino la certezza di un viaggio senza imprevisti. Altrimenti, continueremo a contare passeggeri che diminuiscono, mentre la città si congestiona sempre di più, perdendo per strada non solo minuti preziosi, ma la fiducia stessa nel trasporto pubblico. Dietro ogni corsa saltata non c’è solo un disservizio, ma un lavoratore che avrebbe voluto essere puntuale e un cittadino che avrebbe voluto fidarsi.
Foto: Copyright Fotocronache Germogli
