Quei pericolosi “ma” della storia che si ripetono

Foto: File:Encontro com relatora especial da ONU, Francesca Albanese - Out.24 (54303679102).jpg

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La proposta di cittadinanza onoraria a Francesca Albanese riaccende il dibattito sul ruolo delle istituzioni e della stampa

 

Di Roberto Vedovi

C’è una frase che torna, quasi identica, a cent’anni di distanza. Il 15 aprile 1919, squadristi fascisti devastano la sede dell’Avanti! a Milano. Il giorno dopo Benito Mussolini, intervistato da Il Giornale d’Italia, dice: «Non abbiamo preparato l’attacco, fu un movimento spontaneo di popolo stanco del ricatto leninista. Accettiamo però tutta la responsabilità morale. Doveva scoppiare, è scoppiato.»
Il 28 novembre 2025, un gruppo di manifestanti pro-Pal irrompe nella redazione de La Stampa a Torino, rovescia scrivanie, imbratta muri, lancia letame. Il giorno dopo, dal palco di Roma Tre, Francesca Albanese, relatrice ONU per i Territori palestinesi, dichiara: «Condanno l’irruzione, ci vuole giustizia. Ma che sia anche un monito alla stampa perché torni a fare il suo lavoro e a contestualizzare i fatti.» Stessa struttura: condanna formale, con l’aggiunta però di un “ma” che sposta la colpa sulla vittima e l’assunzione di una “responsabilità morale” per la rabbia altrui. Stesso messaggio implicito: se i giornali scrivono cose che non ci piacciono, un po’ se la sono cercata.

Nel 1919 quella retorica aprì la strada alle camicie nere e alla distruzione sistematica della stampa libera. Nel 2025 rischia di fare lo stesso, solo con colori diversi. Perché il problema non è (solo) la violenza fisica – che tutti, per fortuna, hanno condannato – ma l’alibi intellettuale che arriva subito dopo. Quando una funzionaria delle Nazioni Unite, pagata per essere imparziale, trasforma un raid vandalico in una “lezione” ai giornalisti, sta dicendo esattamente quello che diceva Mussolini: la libertà di stampa vale solo se stai dalla parte giusta.

E qui arriviamo a Firenze, dove la storia rischia di fare un altro giro di valzer grottesco. Mercoledì 3 dicembre, alle 10:30 in Sala Capitale a Palazzo Vecchio, la commissione Pace e Diritti umani discute la proposta del consigliere Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) di dare la cittadinanza onoraria proprio a Francesca Albanese.
Il testo la elogia per il “coraggio” con cui denuncia il “genocidio in corso” e attacca le sanzioni americane che le impediscono di aprire un conto in banca, dipingendola come vittima di un complotto. Le opposizioni sono sul piede di guerra. Nel Pd le divisioni sono evidenti: hanno già fatto saltare la prima convocazione l’8 ottobre (ufficialmente per “motivi personali” della presidente, ma in realtà per non spaccarsi in piena campagna elettorale regionale).

In commissione i numeri per approvare ci sono, ma il passaggio in consiglio comunale sarà un banco di prova duro. Se Firenze – la città di Giorgio La Pira, che predicava la pace tra i popoli – finirà per onorare chi, 48 ore dopo l’assalto a una redazione, ha detto «vi sta bene», sarà un segnale inquietante. Non è questione di essere pro o contro Israele, pro o contro Palestina. È questione di capire se vogliamo davvero riaprire la stagione in cui si sfonda la porta dei giornali e poi si ringrazia chi trova la scusa. Perché la storia, quando torna, di solito non bussa. Entra direttamente e lascia il letame sul pavimento.

Foto:  Rafael Medeiros, Wikimedia Commons CC BY-SA 2.0