L’orrore degli “Wine Safaris” a Firenze

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No, non sono mezzi da sbarco per una improbabile invasione, né un prototipo della Leonardo per la guerra “ibrida” sfuggito da segretissimi laboratori. Un po’ di nero e un po’ di verde, giusto per non dare troppo nell’occhio, e finestroni opportunamente oscurati. Sono i mezzi corazzati della divisione Wine Safaris, una nuova branca dell’industria turistica imperante a Firenze (di recente anche la Confindustria locale si è data alle stanze), un nuovo ninnolo inventato per acchiappare i portatori di trolley. Sfilano spesso al Piazzale direzione Chianti. Il design è naturalmente tendente al cubo, forma tanto semplice quanto solida e, soprattutto, molto in voga adesso nella città che fu fatta di marmi, formelle, geometrie, proporzioni. Alti, pesantissimi e probabilmente pure rumorosi promettono un’esperienza che non è esperienza, perché affrontata dentro uno scafandro isolato, blindato e respingente. Se è brutto molto probabilmente è nocivo. La natura senza la natura, l’esperienza senza l’esperienza. E il vino, conoscendo come vien fatto, che molto probabilmente non è nemmeno vino toscano; del resto, è del tutto evidente che un territorio limitato non può soddisfare una tale domanda. Fortunatamente, così pare, sono semi-vuoti. Che perfino i madidi ciabattoni che trangugiano schiacciate fumose e affollanno b&b, che spuntano come funghi, abbiano un po’ di buongusto, financo di decenza? C’è da sperarlo prima che qualcuno dei presunti imprenditori nel settore turistico abbia la fosforescente idea di riconvertire viale dei Colli in una camionabile direzione Chianti e dintorni.

In copertina: foto da Tripadvisor