FOCUS LFCV | Il Silenzio dei Colpevoli: quasi 13 anni dopo, si teme ancora la verità sulla morte di David Rossi. Perché? Intrecci senesi… e minacce calabresi

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Si sono riaperte con gran clamore le indagini sulla morte di David Rossi, allorché la commissione parlamentare, tenendo conto degli ultimi rilievi sulle dinamiche della caduta e sul cinturino dell’orologio appartenuto al defunto, sta iniziando a battere la pista dell’omicidio per ricostruire la tragica fine del capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena in quell’ormai lontano 6 marzo 2013.

I nuovi sviluppi, che sembrano confermare quanto già emerso nelle inchieste condotte a suo tempo dalla pur controversa trasmissione televisiva Le Iene, si accompagnano a un’ondata di minacce che ha preso di mira in particolar modo la principale dirigente della commissione bis dedicata alle indagini sulla sua morte, Catia Silva. Già da qualche mese, infatti, quando ancora non si era deciso di puntare più sistematicamente sulla pista dell’omicidio, ella riceveva minacce anonime, quando telefoniche (nelle quali si “ribadiva” che il caso Rossi era un suicidio ed esortandosi a fermare le indagini) (1) quando, ben più esplicitamente, citofoniche («Morirai») (2). Atti per cui è stato aperto un fascicolo d’indagine (3) , ancora sfortunatamente a carico di ignoti perché l’identità degli autori non è stata rivelata, e chissà se mai lo sarà: Silva ha testimoniato in altra occasione di aver avvistato due persone perlustrare il perimetro della sua abitazione constatando l’«assenza di vie di fuga», per poi allontanarsi appena la padrona di casa ebbe chiesto loro se avessero bisogno di qualcosa.

Accantonata l’ipotesi del suicidio, contestualmente a quella dell’omicidio emerge con prepotenza il «movente finanziario» (4), trovandosi Rossi a gestire, al momento della morte, un portafoglio da ben 50 milioni di euro e concentrandosi nel campo degli sponsor, in un momento, ricordiamolo, di grosse difficoltà per il Monte dei Paschi. Non si esclude, infatti, la pista della ‘ndrangheta, che potrebbe spiegare anche il carattere delle minacce nei confronti dei magistrati e dei coordinatori delle indagini sul caso.

Già dai primi rilievi forensi era emerso come i segni di colluttazione sul corpo di Rossi e la ricostruzione della traiettoria e della modalità della caduta, oltre allo sbrecco appena sotto il cornicione, effettuato con un calcio nella concitazione, facessero propendere decisamente per una caduta deliberatamente provocata e non senza resistenza da parte di Rossi stesso. Nelle telecamere di sorveglianza di quel giorno, inoltre, si vedono due uomini avvicinarsi a Rossi, agonizzante a terra, guardarlo per qualche secondo prima di andarsene indifferenti, come a sincerarsi delle sue condizioni ormai “innocue”; l’autore di queste note ha avuto modo di recarsi nella via dove è ubicata la sede del Monte dei Paschi: trattasi di una via discretamente trafficata, centrale, nella quale, proprio davanti all’edificio dal cornicione del quale fu defenestrato il Rossi, si trova, se la memoria non inganna chi scrive, un piccolo ristorante. Eppure quella sera, seppure ancor non tarda, la telecamera di videosorveglianza non ebbe modo di inquadrare, in tutto il girato, nessun altro al di fuori del Rossi e dei due che omisero di soccorrerlo, “stranamente” mai identificati pur essendo stati di fatto colti in flagranza di reato (ex art. 593 c.p.). La ragione è presto spiegata: dopo il passaggio di costoro, si intravedono due luci dense dal fondo della strada, non larga, potendosi subito identificare un SUV fermo a bloccare il passaggio senza alcuna ragione apparente.

Si voleva dunque nascondere ad occhi indiscreti quanto era stato, evidentemente, premeditato e orchestrato con precisione chirurgica?

Le successive interviste in tema, delle Iene ma non solo, condotte in quel di Siena, hanno denotato una generale omertà corredata da fughe ed espressioni intimorite e spesso falsamente ignare. Nessuno voleva parlare, ad eccezione di pochi coraggiosi perlopiù interni alla cerchia familiare e delle amicizie strette del defunto, le quali si sono tutte rivelate concordi nell’ascrivere a omicidio la morte del loro caro. Vi sono state, pur di recente, alcune autoproclamate “defezioni” da questo campo (5), ma è difficile che le loro spiegazioni possano convincere qualcun altro oltre, eventualmente, all’ingenuità di un bambino: familiari e amici hanno ricordato distintamente e senza tema di smentita come Rossi non avesse mai mostrato alcun segno di volontà o ideazione suicidaria, né del resto un’«onta» avrebbe potuto giustificare un’azione del genere con tutto il lascito di misteri che l’ha accompagnata e tuttora la accompagna (a partire da quel misterioso 4099009, ultimo numero chiamato da Rossi la sera della sua morte), e ancor meno si spiegherebbero le continue intimidazioni e i silenzi che si susseguono, dacché un suicidio non necessita di essere nascosto, se tale effettivamente è. Oltre al presunto movente (l’«onta»), decisamente insufficiente e perlomeno riconosciuto come «verità istintiva» dallo stesso autore dell’ipotesi, cioè impressione soggettiva.

Sintomatico, inoltre, che la Procura di Siena sia stata l’unica, per il momento, a non muoversi (6), come del fatto che la commissione d’inchiesta sia presieduta da personalità legate a Fratelli d’Italia e Lega, nonostante il Monte dei Paschi sia uno dei tanti bacini d’utenza dei mille e mille giri d’affari più o meno leciti facenti capo al PD, che quindi dovrebbe avere esso per primo interesse a fare chiarezza su questa vicenda a dir poco torbida oltre che turpe.

NOTE