di Francesco Borgognoni
«C’è solo una città al mondo nella quale Commisso poteva essere bistrattato». Firenze, appunto. Una moderna espressione di una miserabilità antica che si nutre delle peggiori contemporaneità. Dal minimalismo cattolico alla subalternità alla aristocrazia di nobiltà e di censo, che ha usato la politica per arricchirsi senza sosta e sempre di più. Una popolazione, proveniente dal contado, inurbatasi precocemente, che utilizza le categorie e i modelli della sinistra del Novecento per accompagnare il viaggio dentro il nulla della politica di politici da niente. Un disastro etico e culturale, che solo la grandezza del passato, nonostante lo scempio, riesce, ancora e a malapena, ad occultare. Una città che dedica una piazza ed una statua a Girolamo Savonarola e si dimentica di Lorenzo il Magnifico. Firenze, che quasi riusciva ad uccidere Dante, il cui mito fu recuperato alla città da una operazione culturale post-risorgimentale di dimensione nazionale. Valgano per tutti le parole di Borges: «Se Dante fosse stato sempre d’accordo con il Dio che immagina, quel Dio ci sembrerebbe falso, sarebbe una pura replica di Dante. Invece Dante deve accettare quel Dio, così come deve accettare che Beatrice non lo abbia amato, che Firenze sia infame, così come deve accettare l’esilio e la morte a Ravenna» (Sette sere, Adelphi).
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