Sindaca di Firenze, giornalisti e politici nella lista di proscrizione: è allarme democratico?

Immagine generata con AI

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C’è un momento in cui il silenzio diventa complicità. Quel momento è adesso. Perché in Italia, nel 2025, circola liberamente una lista che individua nemici. In quella lista c’è anche la sindaca di Firenze e rappresentanti delle istituzioni. Ignorarla non è  un’opzione

 

C’è anche mezza Firenze, comprese cariche istituzionali nella vergognosa e inquietante lista di proscrizione pubblicata e aggiornata dal Nuovo Partito Comunista Italiano.
Un documento che non ha nulla di folkloristico e che assume, a tutti gli effetti, i contorni di una schedatura politica e ideologica pubblica, incompatibile con qualunque ordinamento democratico.

Tra i presunti “nemici sionisti” figura addirittura la sindaca di Firenze, Sara Funaro, indicata come “membro della locale comunità ebraica”: una definizione che, da sola, basterebbe a far scattare un allarme istituzionale serio e immediato. Non un’opinione politica, non un atto amministrativo, ma l’appartenenza religiosa e culturale come elemento di colpevolezza.

Con lei l’assessora allo sport Letizia Perini, colpevole esclusivamente di essere la compagna dell’ex presidente fiorentino dell’associazione Amici di Israele, Emanuele Coccolini, descritto in termini deliranti come servo di “padroni sionisti” impegnato a fomentare provocazioni. Una narrazione che travalica il dissenso politico e scivola apertamente nella demonizzazione personale.

Segue l’attuale presidente della stessa associazione, Kishore Bombaci, consigliere comunale a Scandicci, messo all’indice per aver sostenuto la definizione di antisemitismo dell’IHRA e per aver criticato l’esposizione della bandiera palestinese sul municipio. In altre parole: un eletto schedato per aver espresso una posizione politica legittima.

La lista si allarga poi a Matteo Renzi, indicato come “agente” per la sua attività professionale in un’azienda biofarmaceutica etichettata come “sionista”, e a due figure a lui vicine: Maria Elena Boschi e Marco Carrai, colpevoli — anche qui — di relazioni, incarichi e appartenenze considerate ostili dai compilatori del documento.

La schedatura è trasversale, arbitraria e priva di criteri oggettivi. Comprende esponenti di governo, opposizione, amministratori locali, europarlamentari come Susanna Ceccardi (senza alcuna motivazione esplicitata) e parlamentari come Deborah Bergamini, inserita per la sua adesione a un’associazione internazionale.

Ma il dato più grave, quello che chiama in causa direttamente lo Stato, è l’enorme numero di giornalisti schedati: professionisti dell’informazione, dirigenti Rai, firme di ogni orientamento politico, accomunati solo dall’aver esercitato il diritto costituzionale di esprimere un’opinione.

Qui non siamo più nel campo della propaganda. Siamo nel terreno della intimidazione sistematica. Il Nuovo Partito Comunista Italiano pubblica queste liste in chiaro, sul proprio sito, aggiornandole nel tempo, corredandole di biografie, fotografie in stile wanted e descrizioni. Una pratica che richiama esplicitamente i metodi dei regimi totalitari e delle organizzazioni eversive del Novecento sconfitti dalla storia.

A rompere il silenzio è stata l’associazione Giornaliste Italiane a cui mi fregio di appartenere che ha denunciato la gravità della vicenda: “La pubblicazione e il periodico aggiornamento di liste di proscrizione fondate su classificazioni ideologiche arbitrarie costituiscono una pratica grave e inaccettabile”, ha dichiarato Federica Frangi, consigliera di amministrazione Rai. Parole che inchiodano le istituzioni a una responsabilità precisa: non intervenire equivale a tollerare. Perché la libertà di associazione e di espressione non può mai tradursi nel diritto di schedare cittadini, esporli al pubblico ludibrio, indicarli come “nemici” da isolare o neutralizzare.

Ancora più inquietante è il contesto in cui queste liste sono inserite: un documento intitolato “Il nostro piano di guerra per instaurare il socialismo”, che parla esplicitamente di: guerra popolare rivoluzionaria, forze nemiche da distruggere, neutralizzazione di funzionari civili e militari, strutture clandestine, cellule operative. Concetti e lessico che richiamano in modo diretto i manifesti delle Brigate Rosse, citate peraltro senza alcuna ambiguità.

Siamo dunque di fronte a un soggetto politico che teorizza la violenza, individua nemici, li nomina, li espone e li classifica.
Chi continua a liquidare tutto questo come marginale o folkloristico si assume una responsabilità storica. Perché le liste non sono mai innocue.
E quando qualcuno inizia a indicare pubblicamente chi è “da distruggere”, la democrazia è già sotto attacco.