In cattedra dal 2005, Cerrina Feroni vanta un nobile lignaggio, un matrimonio con l’alta società fiorentina ed è figlia di un parlamentare del PCI. Uno di quei personaggi che erano sulla bocca di tutti nella Firenzina, non si sa bene perché. Ora tutti fingono di non conoscerla. Sic transit gloria mundi. Da simpatie di sinistra alla folgorazione sulla via felpata di Salvini; poi il tentativo di abbordare FdI. Ora la tempesta
Corruzione, peculato e spese pazze dal parrucchiere e dal macellaio: sembra un classico “caso all’italiana” quello che ha recentissimamente travolto l’Autorità del Garante per la Protezione dei Dati Personali, presieduto da Pasquale Stanzione il quale è affiancato a sua volta dalla fiorentina Ginevra Cerrina Feroni, Professore Ordinario a tempo pieno di Diritto Costituzionale Italiano e Comparato nel Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Firenze dal 1° novembre 2005 (1).
I due, assieme all’altro membro del Collegio, Guido Scorza, sono finiti nel registro degli indagati a seguito di una perquisizione (2) per uno sperpero di fondi pubblici ammontante a 400.000€ alla voce «costi di rappresentanza» nel corso dell’anno 2024: 80.000 di questi è relativa soltanto al G7 di Tokyo 2023, metà dei quali solo per i voli. Le spese folli tra viaggi, soggiorni in alberghi a cinque stelle, cene di rappresentanza, servizi di cura alla persona, lavanderia e macelleria (6.000€ in sei anni i costi di quest’ultima, 7.000 secondo Rai News [3]) si sono intrecciate a gravi casi di corruzione come nell’ambito delle tessere Executive di ITA Airways, loro consegnate in omaggio per un valore di 6.000€ ciascuna come ricompensa – così sembra – per non aver sanzionato la società nonostante «irregolarità formali e procedurali nel monitoraggio delle comunicazioni» (leggasi ripetute violazioni della privacy degli utenti) (4), con una “grazia” analoga riservata anche al colosso americano Meta, padrone di Facebook, Instagram e Whatsapp (5).
Tra pareri giustizialisti (6) e garantisti (7), inizialmente i diretti interessati hanno fatto quadrato tra di loro, annunciando urbi et orbi di essere stati «sempre corretti» (8), convinti di «aver sempre agito in trasparenza e correttezza» (9), concludendo quindi che «il Collegio non si dimette» (10). Sicumera presto svanita di fronte alla decisione in senso contrario presa da un altro suo membro, Guido Scorza, che ha anzi ringraziato la trasmissione di Report che ha fatto conoscere al grande pubblico la vicenda e auspica «nuova autorevolezza» per l’Autorità (11).
Le indagini, tuttavia, hanno riacceso le tensioni politiche anche tra governo e opposizioni, con PD, AVS, M5S e +Europa a chiedere le dimissioni di tutti i componenti dell’Autorità e la Presidente Meloni che rilancia la palla nel campo della magistratura.
Sarebbe riduttivo, però, limitare l’essenza dello scontro in atto agli attori ufficialmente in campo: la partita, geopolitica ma anche digitale e tecnologica, tra Stati Uniti e Unione Europea si gioca anche su questo versante. Non pochi sono stati infatti gli scandali di controlli illegali operati su larga scala ai danni dei cittadini europei dalle grandi corporazioni americane a mezzo social e app: si ricorderanno i fatti legati alla CIA nel 2014 e alle sue intercettazioni non autorizzate delle conversazioni telefoniche addirittura dei presidenti europei, piuttosto che, ancor più di recente, il processo a Mark Zuckerberg per la mala gestione dei dati degli utenti della sua Facebook.
Del pari è difficile parlare di «sovranità digitale europea», considerando che le recenti polemiche sul cosiddetto Chat Control e tentate derivazioni, come anche la debolezza strutturale del Regolamento 2016/679, che qualsiasi governo può aggirare semplicemente proclamando in modo del tutto arbitrario l’«interesse pubblico» di una data iniziativa per impedire ogni revoca del consenso al trattamento dei propri dati, non consentono di tracciare una linea di demarcazione qualitativa tra l’operato di Bruxelles e quello delle Big Tech della Silicon Valley.
È probabile, quindi, che attaccando il Garante della Privacy si miri a restringere ulteriormente lo spazio di manovra del governo, favorendone l’esautorazione nella gestione dei dati personali e sensibili di utenti e aziende a padroni esteri (già sta avvenendo con le trattative per la vendita de La Repubblica e La Stampa ai greci dell’Antenna Group, a sua volta legato fortemente a imprese americane nel settore delle telecomunicazioni). Tuttavia, l’integrità di chi si trova a gestire una materia tanto delicata dovrebbe essere la prima discriminante: di quella giudicheranno le indagini ed è interesse degli indagati stessi far chiarezza e dimostrare inequivocabilmente la propria innocenza.
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