Firenze torna a dialogare con il grande cinema d’autore e lo fa attraverso uno dei suoi luoghi simbolo: il Cinema La Compagnia.
CONTINUA la rassegna interamente dedicata a John Carpenter, autore fondamentale del cinema americano contemporaneo, spesso associato all’horror ma in realtà molto più complesso, politico e stratificato di quanto l’etichetta di genere lasci intendere.
Qui la lista completa dei film della rassegna che accompagnerà gli spettatori quasi ogni lunedi fino a maggio: click
QUESTA SETTIMANA la rassegna presenta il film:
LUNEDÌ 26 GENNAIO, ore 21.00
Halloween – La notte delle streghe (Halloween, 1978, 91′ – v.o. sott. italiano)
presentazione a cura di Marco Nucci
Quando Halloween uscì nelle sale americane il 25 ottobre 1978, nessuno poteva immaginare che quel piccolo film indipendente, girato in poco più di tre settimane con un budget irrisorio per gli standard hollywoodiani, sarebbe diventato uno dei pilastri assoluti del cinema horror moderno. A quasi cinquant’anni di distanza, Halloween di John Carpenter non è soltanto un grande successo commerciale o un titolo iconico: è un’opera che ha ridefinito il linguaggio della paura, imponendo uno stile, un ritmo e una mitologia che continuano a influenzare generazioni di registi, musicisti e spettatori.
Il contesto in cui nasce Halloween è fondamentale per comprenderne la portata. Siamo nella seconda metà degli anni Settanta, un periodo in cui il cinema americano sta vivendo una stagione di forte rinnovamento creativo. Dopo l’esplosione della New Hollywood, accanto ai grandi autori emergono numerosi filmmaker indipendenti pronti a sperimentare con generi considerati “minori”. L’horror, in particolare, sta attraversando una fase di trasformazione: The Texas Chain Saw Massacre di Tobe Hooper e Black Christmas di Bob Clark hanno già dimostrato che è possibile costruire tensione e terrore senza fare affidamento esclusivo su mostri soprannaturali, ma puntando su figure umane, disturbanti e credibili.
È in questo solco che si inserisce John Carpenter, allora giovane regista con alle spalle il successo di Distretto 13 – Le brigate della morte (1976). L’idea di Halloween nasce da un concept estremamente semplice: raccontare la storia di un assassino che, senza una motivazione chiara, perseguita un gruppo di adolescenti durante la notte di Halloween. Carpenter decide consapevolmente di privare il suo antagonista di una psicologia esplicita. Michael Myers non è spiegato, non viene giustificato, non è umanizzato. È il Male nella sua forma più pura, una presenza silenziosa e inesorabile.
La forza di Halloween risiede proprio in questa sottrazione. Carpenter costruisce il film come un esercizio di minimalismo: pochi personaggi, ambientazioni quotidiane, dialoghi essenziali, una narrazione lineare. Eppure, all’interno di questa apparente semplicità, si nasconde un controllo formale straordinario. L’uso della macchina da presa è uno degli elementi più rivoluzionari del film. I lunghi piani sequenza, spesso realizzati con la Steadicam, accompagnano lo spettatore all’interno degli spazi domestici e suburbani, trasformando luoghi familiari in territori di minaccia.
La celebre sequenza iniziale, girata in soggettiva, è un vero manifesto poetico: vediamo attraverso gli occhi di un bambino che si muove in una casa, prende un coltello e uccide la sorella. In pochi minuti, Carpenter stabilisce il tono dell’opera e suggerisce che lo sguardo stesso è parte integrante dell’orrore. Lo spettatore diventa complice, prigioniero di una prospettiva disturbante da cui non può distogliersi.
Altro elemento cruciale è la musica. Carpenter, come spesso accade nella sua carriera, compone personalmente la colonna sonora. Il tema principale di Halloween, costruito su un ostinato di pianoforte in 5/4, è diventato uno dei motivi più riconoscibili della storia del cinema. La sua struttura semplice, ripetitiva e ossessiva amplifica la tensione e crea un legame indissolubile tra suono e immagine. Non si tratta di un accompagnamento emotivo tradizionale, ma di una vera e propria presenza narrativa, che anticipa, suggerisce e talvolta sostituisce l’azione.
Sul piano dei personaggi, Halloween introduce un’altra figura destinata a diventare archetipica: la “final girl”. Laurie Strode, interpretata da una giovanissima Jamie Lee Curtis, è un’adolescente ordinaria, responsabile, introversa. Non è un’eroina nel senso classico, ma una ragazza che sopravvive grazie all’istinto, alla determinazione e a una resilienza che emerge progressivamente. Laurie diventa il contraltare umano di Michael Myers, incarnando una normalità fragile ma tenace.
Donald Pleasence, nel ruolo del dottor Loomis, fornisce al film una dimensione quasi mitologica. Il suo personaggio è l’unico a riconoscere pienamente la natura di Michael, definendolo “puro male”. Attraverso Loomis, Carpenter suggerisce che il Male non è sempre spiegabile, né contenibile con strumenti razionali. È una forza che esiste e che, ciclicamente, riaffiora.
Dal punto di vista estetico, Halloween è anche un film sull’America suburbana. Le strade tranquille, le villette ordinate, le foglie autunnali diventano lo sfondo di un incubo che si insinua nel cuore della quotidianità. Carpenter sovverte l’idea che il pericolo provenga da luoghi remoti o esotici: l’orrore può annidarsi ovunque, anche nel quartiere più rassicurante.
L’impatto di Halloween sull’industria è stato enorme. Il successo commerciale del film ha contribuito a codificare il genere slasher, aprendo la strada a una lunga serie di titoli che ne hanno ripreso struttura e tematiche: da Venerdì 13 a Nightmare on Elm Street, fino a Scream, che negli anni Novanta ne offrirà una rilettura metacinematografica. Ma, a differenza di molti epigoni, Halloween conserva una purezza stilistica che lo rende ancora oggi sorprendentemente moderno.
Negli anni, il film ha generato un vasto franchise, con sequel, reboot e reinterpretazioni. Tuttavia, l’opera originale di Carpenter rimane un punto di riferimento insuperato. Non tanto per la quantità di sangue o per l’effetto shock, quanto per la capacità di costruire un’atmosfera di inquietudine costante, basata sull’attesa più che sull’esplosione.
Rivedere Halloween oggi significa confrontarsi con un cinema che crede ancora nel potere dell’immagine, del tempo e del silenzio. In un’epoca dominata da effetti digitali e montaggi frenetici, il film di Carpenter ricorda che la paura più profonda nasce spesso da ciò che non si vede, da ciò che resta ai margini dell’inquadratura, da una figura immobile sullo sfondo di un campo lungo.
Halloween non è soltanto un classico dell’horror. È un’opera che ha saputo trasformare una festa popolare in un simbolo cinematografico universale, e un assassino mascherato in un’icona culturale. È la dimostrazione che, con un’idea forte, una visione chiara e un controllo rigoroso dei mezzi espressivi, anche un film piccolo può diventare eterno.
John Carpenter, un autore chiave del cinema moderno
Nato nel 1948 a Carthage, nello Stato di New York, John Carpenter è uno di quei registi che hanno saputo coniugare indipendenza creativa e immaginario popolare, influenzando profondamente il cinema degli ultimi cinquant’anni. Formatosi alla University of Southern California, Carpenter emerge negli anni Settanta come una voce nuova, capace di lavorare con budget ridotti trasformando i limiti produttivi in uno stile riconoscibile. Regista, sceneggiatore e spesso anche compositore delle colonne sonore dei propri film, ha costruito un cinema basato su ritmo, geometria dell’inquadratura, uso sapiente del formato panoramico e una musica elettronica minimale diventata iconica.
La sua importanza non risiede solo nei successi commerciali come Halloween, La cosa o 1997: Fuga da New York, ma nella coerenza di una visione che attraversa tutta la sua filmografia. Carpenter racconta l’assedio, la paranoia, la dissoluzione dell’ordine sociale, la sfiducia nelle istituzioni e la fragilità della civiltà occidentale. Temi che, riletti oggi, appaiono sorprendentemente attuali. La rassegna de La Compagnia si inserisce dunque non come semplice omaggio nostalgico, ma come occasione critica per rileggere un autore che ha saputo parlare del suo tempo anticipando il nostro.
Stefano Chianucci
