La cessione dell’area ex OGR per soli dieci milioni di euro a un fondo lussemburghese alimenta il sospetto che qualsiasi “percorso partecipativo” sia solo un’operazione di facciata
Di Roberto Vedovi
La polemica sull’area delle ex Officine Grandi Riparazioni (ex OGR) a Porta al Prato continua a tenere banco a Firenze, e le parole di Renzo Pampaloni – presidente della Commissione Urbanistica di Palazzo Vecchio – non hanno certo calmato gli animi. Nel suo intervento, riportato oggi dal Corriere Fiorentino, Pampaloni ha ribadito che «sull’area ex OGR si aprirà un percorso di partecipazione, come la sindaca Sara Funaro ha già annunciato più volte». Ha aggiunto che il coinvolgimento non sarà solo formale, ma «sostanziale»: un’occasione vera per cittadini, associazioni, realtà sociali, culturali e professionali di portare idee, proposte e osservazioni, senza scorciatoie né canali preferenziali.
Suona bene, ma per tanti fiorentini – e non solo per chi ha firmato petizioni o espresso dubbi – resta difficile crederci fino in fondo. Eh no, caro presidente Pampaloni, francamente non ci fidiamo granché. Nel 2023 le Ferrovie hanno ceduto l’intera area – circa 80.000 metri quadri totali, di cui 42.000 edificabili – a un fondo lussemburghese (Ginkgo 3, legato a Edmond de Rothschild) per appena 10 milioni di euro. Dieci milioni per un pezzo di città strategico, tra la stazione Leopolda, le Cascine e il centro: una cifra che sembra il prezzo di un attico di lusso in zona Duomo, non di un’area industriale enorme con potenziale enorme.
Ora arriva il fondo privato, logico che punti al profitto (non è un’associazione di volontariato), e il Comune ci invita a un «confronto con la città» per decidere… cosa esattamente? Il verde qua o là? Le aiuole invece dei parcheggi? Mentre la proprietà e le logiche economiche di base sono già finite altrove, in Lussemburgo. La sensazione è quella di arrivare a tavola quando il piatto principale è già stato servito e portato via: ai cittadini restano le briciole, tipo scegliere il colore dei nastrini sul pacchetto già impacchettato per investitori esteri. Palazzo Vecchio parla di «metodo», di «convinzione», di «intervento a saldo zero» con più verde e meno altezze rispetto ai progetti precedenti, ma molti vedono solo l’ennesima svendita di un bene pubblico strategico, seguita da un percorso partecipativo che rischia di essere più di facciata che di sostanza.
Prima le Ferrovie svendono a prezzi stracciati, poi l’amministrazione ci chiama a discutere come se la partita fosse ancora tutta da giocare. La vera partecipazione non si fa dopo aver già ceduto le chiavi di casa: servirebbero paletti seri, vincoli chiari fin dall’inizio, coraggio politico per tutelare davvero l’interesse pubblico invece di lasciare che pezzi di Firenze diventino merce per fare cassa lontano da qui. Meno belle parole su «percorsi partecipativi» e più fatti concreti per difendere ciò che resta della città. Solo così quel tavolo potrebbe davvero servire a qualcosa, e non sembrare solo l’ennesimo tentativo di rassicurare chi ormai ha smesso di fidarsi.
