Spallette sui Lungarni “sbagliate a monte” e “opera a metà”: dopo le dichiarazioni dell’Autorità di Bacino, bufera sul piano anti-alluvioni made in Giani

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Le dichiarazioni dell’Autorità di bacino aprono uno scontro istituzionale mentre il Comune evita risposte nel merito. Palagi incalza la Giunta: “Non basta la Protezione Civile, serve prevenzione strutturale e chiarezza politica”

 

Le parole pesano come macigni quando arrivano da chi, per ruolo e competenza, non può essere liquidato come una voce qualsiasi. E infatti le dichiarazioni della Presidente dell’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Settentrionale Gaia Checcucci, rimbalzate sulle cronache cittadine, hanno aperto una crepa profonda nel dibattito sulla sicurezza idraulica di Firenze.

A rilanciarle è Dmitrij Palagi di Sinistra Progetto Comune: “Abbiamo presentato una domanda di attualità dopo aver letto le dichiarazioni della Presidente dell’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Settentrionale, Gaia Checcucci, riportate stamane da La Nazione. Checcucci — non una voce marginale, ma una delle massima autorità tecniche competente — definisce il progetto di consolidamento delle spallette «sbagliato a monte», «un’opera a metà», e afferma senza mezzi termini che «in caso di piena dell’Arno rischia di salvarsi mezza Firenze sì, e mezza, quella in Oltrarno, no». In Borgo San Jacopo, aggiunge, i privati sarebbero costretti «a dotarsi, a spese loro, di comparti stagni»”.

Ma alla gravità tecnica delle affermazioni non è seguita, secondo l’opposizione, una risposta politica all’altezza. Il cuore della questione, infatti, resta sospeso: le valutazioni dell’Autorità sono fondate oppure no? Su questo punto, accusa SPC, la Giunta non si è espressa. “Non è stata smentita Checcucci. Non è stato detto che l’Oltrarno è al sicuro. E neanche che le opere a monte — finanziate con i primi fondi arrivati nel 2004, vent’anni fa — sono sufficienti o in linea con i tempi necessari”.

Una zona grigia che si allarga proprio dove dovrebbe esserci chiarezza, mentre il Piano comunale di Protezione Civile — approvato nel 2024 e capace di integrare le analisi di rischio — resta, per sua natura, uno strumento di gestione e non di risoluzione strutturale: “Il Piano di Protezione Civile può essere uno «strumento vivo», ma è uno strumento di gestione dell’emergenza, non di prevenzione strutturale. E la prevenzione strutturale è esattamente il nodo irrisolto”. Il punto politico diventa allora inevitabile: la distinzione tra competenze non basta a sciogliere le responsabilità: “La Regione Toscana e il Comune di Firenze sono governati dalla stessa maggioranza. Se l’Autorità di bacino — organo tecnico dello Stato — dice che le opere sono sbagliate e insufficienti, è quella maggioranza che deve rispondere, con urgenza e con chiarezza”. Sullo sfondo, come un’ombra lunga sessant’anni, resta l’alluvione del 1966, memoria viva e mai davvero metabolizzata: “Siamo a sessant’anni da quei fatti – incalza Palagi – Sessant’anni in cui la città ha saputo che l’Arno può allagare, distruggere e diventare letale… Sessant’anni in cui la risposta pubblica è stata frammentata, lenta, parziale”.

E oggi il rischio è che anche investimenti significativi — sedici milioni di euro per il rafforzamento delle spallette del lungarno Acciaiuoli — producano una sicurezza a metà, lasciando scoperte proprio le aree più fragili. Qui il discorso si sposta dal piano tecnico a quello sociale: “Chi vive in Oltrarno non è, per lo più, chi può permettersi comparti stagni a spese proprie… Scaricare su di loro il costo dell’inadeguatezza delle opere pubbliche non è solo una mancanza tecnica: è una questione di giustizia sociale”.

Da qui la richiesta di un confronto immediato e trasparente tra tutti i livelli istituzionali: “Chiediamo che la giunta si faccia portavoce, con forza, verso la Regione per chiarire pubblicamente e nel merito la posizione sulle dichiarazioni dell’Autorità di bacino… Chiediamo che il confronto annunciato dal Governatore Giani — tra Autorità di bacino, Comune e Soprintendenza — avvenga in tempi brevi”.

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