Il “Brucomela” scoppia: così si vuole tassare chi sceglie di non usare l’auto
C’è qualcosa di profondamente amaro nel modo in cui Firenze sta affrontando il caos della tramvia, specialmente quando la politica smette di parlare di “visione” e inizia a fare i conti della serva sulla pelle dei cittadini. Il caso del capolinea di Villa Costanza non è solo un problema di traffico o di troppi turisti: è lo specchio di una mobilità pubblica che, nei giorni festivi, decide scientemente di tirare il freno a mano per risparmiare. Il nocciolo della questione, spogliato dalla retorica dell’assessore Andrea Giorgio, è di una semplicità disarmante quanto irritante: la domenica e nei festivi le corse del tram sono ridotte perché farle viaggiare costa troppo. I dipendenti hanno indennità diverse, i costi di gestione salgono e i bilanci devono quadrare. Così, mentre la città viene “venduta” come un modello di sostenibilità, il servizio reale si rimpicciolisce proprio quando la gente ne avrebbe più bisogno.
L’idea “geniale” dell’assessore Giorgio per uscire dall’angolo? Una sorta di tassa domenicale mascherata da biglietto maggiorato per chi usa il capolinea di Scandicci. In pratica, se vuoi che il tram passi con una frequenza dignitosa anche nei festivi, devi pagarti di tasca tua il supplemento per coprire il costo del personale e del servizio. È un ragionamento che fa acqua da tutte le parti: prima si spingono le persone a lasciare l’auto fuori città con lo spauracchio dello Scudo Verde e delle multe, e poi, quando l’utente obbedisce e si presenta puntuale al parcheggio scambiatore, gli si chiede il “pizzo” per avere un servizio che dovrebbe essere garantito per definizione. È quasi commovente la schiettezza con cui si ammette che la saturazione del sistema è legata ai flussi dei bus turistici e dei Flixbus, ma che a rimetterci debba essere il cittadino o il city user.

Il famoso “brucomela”, osannato come la panacea di tutti i mali, rivela qui tutta la sua rigidità: vagoni che non si possono allungare, frequenze che non possono scendere sotto certi limiti e una gestione economica che sembra più quella di un’azienda privata a caccia di utili che quella di un servizio sociale. Nel frattempo, chi non vive all’ombra dei binari deve fare i conti con un servizio bus che molti fiorentini definiscono, senza troppi giri di parole, pietoso. Linee smantellate, attese infinite e la sensazione che, se non sei sul percorso della tramvia, tu sia un cittadino di serie B. Sentire che la soluzione ai disagi non è una programmazione seria dei costi, ma un rincaro del biglietto “per non gravare sulle tasche dei fiorentini” (come se chi scende a Villa Costanza fosse un alieno e non, spesso, lo stesso fiorentino o il pendolare che cerca di non intasare i viali), sa di beffa atroce.
La verità è che la mobilità fiorentina sembra essersi fossilizzata su un binario morto. Se l’unico modo per far viaggiare i mezzi pubblici nei giorni di festa è trasformarli in una sorta di servizio “premium” a pagamento maggiorato, allora abbiamo fallito l’obiettivo della mobilità per tutti. Una città che vuole davvero togliersi di dosso lo smog non può trattare il trasporto pubblico come una boutique dove il prezzo varia a seconda di quanto è difficile pagare lo stipendio a chi lavora. Altrimenti, l’unica cosa “avveniristica” rimasta a Firenze sarà la capacità della politica di inventarsi nuovi modi per far pagare agli altri i propri errori di calcolo.
