Chiappe fluo e attributi in vendita: il David, Vannacci e l’indignazione selettiva della Giunta fiorentina

foto di ale

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Improvvisamente la Giunta scopre la dignità del David, anche se da anni sembra non accorgersi delle sue chiappe fluo e dei vari suoi attributi venduti come souvenir

 

A Firenze non ci si annoia mai. E non perché sia una città vivace, ma perché ogni giorno riesce a sorprendere — quasi sempre in peggio. Partiamo dalla sicurezza, ormai ridotta a una rubrica quotidiana: episodi, degrado, tensioni: una lenta ma inesorabile discesa agli inferi davanti alla quale si alternano dichiarazioni, rassicurazioni, scaricabarili e soprattutto, risultati invisibili.

Poi ci sono i cantieri. Non uno, non dieci , ma centinaia. Spesso contemporanei, spesso scoordinati, spesso incomprensibili. Muoversi in città è diventato uno sport estremo tra deviazioni improvvise, restringimenti, transenne e percorsi degni di un labirinto medievale — ironia della sorte, proprio mentre si demolisce la città storica per “modernizzarla”.

E al centro di tutto, lei: la tramvia. Presentata come simbolo di progresso, ma sempre più simile a un marchingegno del passato. Un’infrastruttura antica, invasiva, lenta, costosissima, che avanza a colpi di ruspa sacrificando alberi, prospettive e buon senso.

Nel frattempo, la città cambia volto. O meglio: lo perde. Spuntano “cubi neri”, parallelepipedi senz’anima sotto forma di mostri di cemento catapultati nel tessuto urbano come se Firenze fosse l’Osmannoro.  Nascono “studentati” che di universitario hanno solo il nome, mentre nei fatti contribuiscono a svuotare la città dei suoi abitanti, sostituendoli con flussi temporanei e rendite immobiliari per pochi eletti. Firenze, da culla del Rinascimento, si avvia a diventare un parco a tema — con biglietto d’ingresso e uscita definitiva per i residenti.

E mentre tutto questo accade, la politica? Lavora. Eccome se lavora. Solo che, a guardare bene, sembra impegnata altrove. Per esempio, nella rimozione della dicitura “medaglia d’oro” dai cartelli di via Reginaldo Giuliani, colpevole — a distanza di decenni — di appartenere a un contesto storico scomodo. Oppure nell’indignarsi perché qualcuno ha “osato” usare l’immagine del David di Michelangelo in una campagna politica.

Già, il David. Quello che — nel frattempo — è il più amato gadget kitch di ogni turista: con gli occhiali da sole a specchio, con i jeans denim alla moda, in versione fluorescente, ridotto a calamita con il solo fondoschiena o, nei casi più creativi, con i dettagli anatomici degli attributi maschili. Un capolavoro universale trasformato in souvenir da bancarella, tra chincaglierie, plastica e magneti da frigo. Ma su questo, silenzio. E allora sì, viene quasi da applaudire — almeno a parole — quando la sindachessa risoluta afferma sui social che il David “non è un logo né uno strumento di propaganda”. Verissimo. Peccato che, nella pratica, venga trattato esattamente così da anni, senza che ciò provochi particolari sussulti in chi ci governa.

La domanda, a questo punto, è semplice: dov’è il confine tra tutela e indignazione ad hoc? Perché l’uso politico scandalizza, mentre quello commerciale — spesso ben più degradante — passa sotto traccia? E soprattutto: quando si inizierà ad affrontare i problemi veri? Sicurezza, vivibilità, urbanistica, identità.
Perché, mentre si combattono battaglie simboliche, Firenze cambia. E non sempre in meglio. Anzi. Sempre più spesso, decisamente in peggio.