Commissione Pace “fuori luogo”: il PD dibatte sull’imam di Torino, ma il caso interessa davvero Firenze? Da Shahin parole “a favore” del 7 ottobre

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I giudici lo liberano, Firenze dibatte. FdI: “Prima la sicurezza, non è affare di Firenze”. Sinistra Progetto Comune sferza: “E Casaggì in Groenlandia no?”

 

di Roberto Vedovi

Nella Commissione 7 del Consiglio Comunale di Firenze – quella che si occupa di pace, diritti umani, pari opportunità e relazioni internazionali – è scoppiata una discussione accesa su un caso piuttosto lontano da Firenze: quello dell’imam di Torino, l’egiziano Mohamed Shahin. Una mozione è stata presentata in merito dai consiglieri del PD Stefania Collesei e Luca Milani, con l’adesione e il voto favorevole anche di Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) e altri.

L’atto appoggia l’appello del Vescovo Derio Olivero e chiede al Governo di revocare definitivamente il decreto di espulsione firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in modo che Shahin possa restare in Italia con la sua famiglia (moglie italiana e quattro figli). Shahin vive qui da oltre vent’anni, è incensurato e ha promosso anche la traduzione in arabo della Costituzione italiana. Il motivo ufficiale del mandato di espulsione è stato per “motivi di sicurezza dello Stato” e “prevenzione del terrorismo“, con l’accusa di essere “portatore di un’ideologia fondamentalista e di chiara matrice antisemita“.

Il consigliere di Fratelli d’Italia Alessandro Draghi ha votato contro. Con parole chiare: “Non ho approfondito tutti i dettagli della vicenda, ma in Egitto non c’è una guerra né un regime instabile, la situazione democratica è abbastanza stabile. Non capisco cosa porti di utile all’Italia avere qui uno come Mohamed Shahin, che è soprattutto un imam. Per me l’espulsione è giusta, deve venire prima la sicurezza dei nostri cittadini. E poi: noi siamo a Firenze, non a Torino. Questa commissione parla spesso di temi che non c’entrano con il nostro territorio”.

A Draghi, Dmitrij Palagi ha risposto in modo duro, come riportato nel suo comunicato stampa e nella trascrizione della commissione: “Credo siano state dette cose comunque gravi rispetto al fatto che ci si possa permettere di dire politicamente se una persona è in grado oppure no di stare sul nostro territorio, perché in termini proprio di diritto, fino a che questo governo non proverà a cambiarlo – e immagino voglia provare a farlo – sta all’autonomia giudiziaria, ci sono dei diritti indisponibili per cui nessuna forza politica si può permettere di dire chi è gradito e chi non è gradito. Per quanto mi riguarda mi piacerebbe che Casaggì e CasaPound andassero in Groenlandia, ma non spetta sicuramente a noi. Lo ritengo comunque veramente grave”.

Draghi ha però ragione su un punto importante: la Commissione Pace può legittimamente toccare temi internazionali e di diritti umani, che spesso vanno oltre i confini locali. Ma in questo caso sembra una forzatura. Il caso Shahin è nato a Torino, è un procedimento amministrativo del Viminale con ricorsi in tribunali piemontesi e siciliani. Le accuse sono gravi: il decreto di espulsione parla, appunto, di “motivi di sicurezza nazionale e prevenzione del terrorismo”. Si basa su frasi dette da Shahin durante una manifestazione pro-Palestina il 9 ottobre 2025, quando ha detto di essere “d’accordo con quanto successo il 7 ottobre” e lo ha definito “resistenza” dopo decenni di occupazione, non “violenza”. Parole interpretate come possibile apologia o giustificazione del terrorismo. Poi ci sono altri elementi: contatti vecchi (2012 e 2018) con persone legate al jihadismo (come un foreign fighter morto in Siria e un altro condannato per terrorismo), e una partecipazione a un blocco stradale durante una protesta nel maggio 2025.

Anche se la Procura di Torino ha archiviato subito le indagini penali sulle frasi (solo espressione di pensiero, protetta dall’articolo 21 della Costituzione), il Ministero ha valutato un rischio per l’ordine pubblico e la sicurezza. Le corti hanno deciso diversamente: la Corte d’Appello di Torino ha liberato Shahin dal CPR di Caltanissetta a dicembre 2025, dicendo che non c’è “pericolosità concreta e attuale”. La Cassazione ha annullato con rinvio a gennaio 2026, ma la Corte ha confermato il no al trattenimento anche dopo. Shahin è libero, ma il decreto di espulsione è ancora pendente, con ricorsi in corso.

Il problema non è se si può discutere di pace e diritti: sì, è nel mandato della commissione. Il vero nodo è: ha senso dedicare tempo e risorse del Comune di Firenze a un caso così controverso e torbido, nato altrove, con accuse pesanti (anche se mitigate dai giudici) e dettagli che non tutti conoscono a fondo (le “carte” complete non sono pubbliche, spesso si sa solo quello che dicono i giornali)?

Per i cittadini fiorentini le priorità sono altre: scuole che funzionano meglio, traffico e mobilità, servizi sociali, sicurezza nelle strade, manutenzione della città. Usare la commissione per appelli nazionali o ideologici contribuisce a farla diventare niente altro che una tribuna politica lontana dalla vita quotidiana della città. Draghi difende una linea di prudenza e priorità alla sicurezza italiana: prima i nostri cittadini, e i temi devono restare vicini a Firenze. In un contesto di agenda consiliare fitta e di tempo limitato per le sedute, la sua osservazione sull’opportunità di concentrarsi su questioni più direttamente legate al territorio fiorentino appare ragionevole e condivisibile da molti punti di vista.