Entrata in vigore la tassa sui pacchi extra-Ue Il Consorzio Corertex chiede di usare parte dei proventi per i settori di riuso e riciclo

raffaello de salvo corertex

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Dal 1° gennaio è entrata in vigore la tassa di due euro sui pacchi provenienti dai paesi extra Unione Europea. Un provvedimento approvato all’interno della manovra Finanziaria, che prevede il balzello per tutte le spedizioni di valore dichiarato pari o inferiore a 150 euro. Tributo riscosso direttamente dall’Agenzia delle dogane e monopoli all’atto dell’importazione definitiva delle merci.
La norma era stata auspicata dal Consorzio Corertex, riuso e riciclo tessile per arginare l’acquisto smodato di fast e ultra-fast fashion. Adesso, dallo stesso Consorzio, arriva la richiesta di utilizzare parte dei proventi della tassa per sostenere riuso e recupero tessile, settore che sta attraversando un momento di difficoltà.
“Questa misura era stata da noi suggerita, insieme ad altre, mesi fa in sede ministeriale durante un tavolo sulla crisi della raccolta e recupero degli scarti tessili e avevamo ipotizzato un duplice scopo per il suo utilizzo – spiega il presidente del Corertex, Raffaello De Salvo -. Da un lato come deterrente per scoraggiare e limitare l’acquisto smodato del dannoso super fast fashion e l’altro per finanziare la filiera del recupero tessile in attesa del decreto Epr. Non abbiamo il dato nazionale di quanti piccoli pacchi entrino nel nostro Paese ma basandoci sul dato Europeo di oltre 4,5 miliardi di ingressi, si parla sicuramente di parecchie decine di milioni di euro per le casse nazionali. Essendo la filiera in crisi per svariati motivi fra cui proprio l’impossibilità di gestire al meglio il fine vita dei prodotti fast e super fast fashion difficilmente riusabile e riciclabile, vogliamo credere o perlomeno sperare che almeno una parte di questi proventi venga destinato alla filiera del recupero tessile”.
De Salvo poi spiega l’importanza di sostenere la filiera del recupero e del riciclo tessile: “La strada verso la circolarità è ancora complessa e ha bisogno di visione e coraggio ma offre però delle indicazioni su strategie da adottare al più presto – conclude -. Come stimolare la domanda di fibre riciclate, con i grandi marchi a fare da traino promuovendo l’adozione su larga scala, collaborando con le piccole e medie imprese condividendo strumenti finanziari per affrontare i costi iniziali della transizione. Bisogna poi trovare soluzioni efficaci per il greenwashing, pratica purtroppo in aumento e incentivata dalla difficoltà di accedere a determinate informazioni inerenti all’impatto ambientale complessivo quali l’effettiva riciclabilità di ciascun prodotto, l’inquinamento e l’utilizzo delle acque, le emissioni di CO2 per la produzione, il trasporto e lo smaltimento. Senza dimenticare l’impatto sociale con l’etica di produzione. Se veramente vogliamo cambiare le cose per un futuro migliore nel campo tessile bisogna rendere strutturali certi concetti, come una fiscalità più favorevole e una politica capace di generare domanda di materiali riusati e riciclati, altrimenti l’economia circolare rimarrà solo una teoria da tirare fuori dal cassetto al bisogno”.