Di Roberto Vedovi
Firenze è da sempre un fortino inespugnabile. Seppur con lievi variazioni cromatiche, le amministrazioni che si sono susseguite dal primo dopoguerra ad oggi hanno avuto come comune denominatore giunte di centro-sinistra al governo della città.
Cavallo di battaglia dei tanti commentatori ed esperti, ma sopratutto dei politici in questione, è sempre lo scudo della “democrazia”, dietro al quale, dopo una vittoria elettorale conseguente a una scelta democratica della maggioranza dei cittadini, ci si barrica, ed in virtù del quale ogni critica viene rispedita al mittente. Ma c’è un’enorme differenza tra democrazia e democraticità. La democrazia è una forma di governo che si basa sulla sovranità popolare, mentre la democraticità si realizza quando un determinato sistema, piccolo o grande, risponde a principi realmente democratici. Ma il solo modo per ottenere una reale democraticità è l’alternanza politica. L’alternanza è il sale, l’ossigeno della democrazia. Laddove non c’è alternanza politica, la democrazia si inceppa. I sistemi elettorali moderni, creati con la ratio di dare quella stabilità mancata per decenni, si basano su un largo premio di maggioranza, in modo da evitare, anche in caso di fisiologici “cambi di casacca”, stravolgimenti del programma presentato agli elettori. E il potere, seppur ottenuto legittimamente, si cristallizza, diventa abuso, esercizio arbitrario delle ragioni di una sola parte. Che, nel caso di Firenze, è poi da decenni stata sempre la medesima.
La “Firenze al Plurale” tanto decantata in campagna elettorale è un macigno che al momento sta pendendo sopra la testa di chi ne ha fatto lo slogan di un programma elettorale che doveva includere tutti indistintamente: una Firenze giusta, sicura, futura, sostenibile e per tutti. E’ davvero questa la sensazione che questi primi nove mesi di consiliatura stanno dando ai fiorentini?
Il potere al momento sembra sempre più chiuso nelle proprie stanze, impermeabile a qualunque voce alternativa. Sia chiaro, non si fanno processi sommari: del resto il programma di mandato di cinque anni mette l’amministrazione al riparo da tante critiche. Né si hanno preconcetti ideologici: alcuni cavalli di battaglia della sinistra sui temi della giustizia sociale possono essere anche condivisibili.
Ma le famose “percezioni” del cittadino di strada, di chi vive la città tutti i giorni, di chi è testimone e diretto interessato d’infiniti disagi e di tante risposte non date, iniziano a prendere altre direzioni. Davvero ci sentiamo rappresentati ?
I recenti fermenti, manifestazioni, comitati, seppure a volte estemporanei, proprio perché frutto di reazioni anche improvvisate e quasi istintive a situazioni contingenti, non fanno altro che confermare quanto nei cittadini la presa di coscienza sui temi che più li toccano da vicino desideri essere espressa direttamente: se la politica non ci risponde, allora lo facciamo noi. Lo facciamo probabilmente male, meglio o peggio organizzati, a volte in gruppetti di poche persone, a volte in centinaia, a volte da soli, come il ragazzo col megafono in Piazza Signoria, ma lo facciamo: stiamo urlando il nostro malessere a chi ci aveva assicurato che saremmo stati ascoltati, tutti indistintamente. Siamo la voce di chi vorrebbe partecipare alla vita politica e sociale della città, la voce di chi vorrebbe essere coinvolto nelle decisioni che lo riguardano. La partecipazione genera una ritrovata fiducia nelle istituzioni da parte dei cittadini. E ne guadagnerebbe, in immagine e fiducia, tutta quanta la politica.
E di tutte le problematiche per cui vorremmo essere ascoltati, la più cruciale è quella della sicurezza – quella sicurezza che a Firenze manca, e che ci da qualche tempo ci porta anno dopo anno sul podio delle classifiche nazionali sulla criminalità. Non si tratta di una percezione, ma della triste certezza che la Capitale del Bello, quella che i turisti ammirano a bocca aperta, nasconde al proprio interno un abisso di degrado sempre più pervasivo.
Da eterni guelfi contro ghibellini, dobbiamo ora fare squadra, mettendo da parte le ideologie preconcette. Il futuro di chi rimane chiuso nel proprio fortilizio, di chi è restio ad ascoltare gli altri, è segnato. Il futuro è di quei fiorentini che vogliono tornare ad essere protagonisti.