Firenze, la città perfetta dove la pipì non esiste, ovvero: eliminato il vespasiano, eliminato il problema

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Breve manuale pratico di urbanistica tra la filosofia della defecazione e la realtà fattuale

 

Di Vincenzo Freni

Breve manuale pratico di urbanistica tra la filosofia della defecazione e la realtà fattuale. C’è una pubblicità che, con grande eleganza, riesce a dire tutto senza dire niente: plin plin. Due sillabe, un suono leggero, infantile e quasi musicale. Il corpo viene ridotto a filastrocca. Il bisogno di pipì trasformato nella poesia del plin plin.

Poi però si esce di casa. Si entra a Firenze. E quel suono onomatopeico diventa un incubo e inizia il viaggio nel centro storico senza un bagno. Perché Firenze, una volta, diciamo fino agli anni Novanta, era molto meno poetica ma molto più pratica. Era piena di vespasiani e di urinatoi a muro. Non belli, intendiamoci. Erano un servizio umile, non elegante, spesso maleodorante, talvolta perfino un po’ sinistro, installati nelle viuzze del centro come personaggi minori di un romanzo noir. Ma rispondevano a un bisogno universale. Servivano all’operaio, al vetturino, al pensionato, al venditore ambulante, al viaggiatore, al bambino, a chiunque passasse per caso con la vescica che reclamava attenzione. E in questo, paradossalmente, erano molto più civili di tante raffinatezze urbane odierne. Non erano opere d’arte. Ma funzionavano. E già questo, oggi, li rende quasi rivoluzionari.

Erano strutture semplici, intelligenti. Dentro, una turca, igiene garantita e utilizzo universale, declinato al maschile e al femminile, perché quando scatta l’urgenza le differenze anatomiche si sciolgono con una velocità sorprendente. Erano aperti, arieggiati, con un soffitto in caso di pioggia costruiti con un piccolo labirinto di muretti: da fuori non vedevi niente, da dentro avevi la tua dignità. Spesso erano a doppia faccia: da un lato la parete a vista come urinatoio, dall’altro la turca. Architettura minima, perfettamente funzionale al corpo umano e facilmente lavabile dalle macchine del Comune. Una specie di capolavoro dell’ingegneria modesta. E soprattutto erano pubblici e diffusi.

Come quello di viale Corsica vicino alla ex Centrale del Latte, che mi è capitato di usare andando a piedi in ufficio, e di cui, lo ammetto, conservo un ricordo quasi commosso. Sui viali erano presenti con una certa regolarità. Ma anche nel centro storico seguivano una logica quasi urbanistica: un rapporto corretto tra abitanti e servizi. Via della Stufa, Chiasso dei Baroncelli accanto a Palazzo Vecchio, e molti altri. Tutti sapevano dove si trovavano. La città funzionava anche per questo.

Che concetto rivoluzionario, visto con il senno di poi. Poi è arrivato il Decoro. Parola nobile, nobilissima. Così nobile da essere, evidentemente, incompatibile con qualsiasi cosa che ricordasse l’esistenza del corpo umano e delle sue necessità fisiologiche. E così, uno dopo l’altro vespasiani e orinatoi sono stati demoliti. Sostituiti da qualcosa di più bello, più moderno, più civile, degno della culla del Rinascimento, ti domanderai? Ma no, figuriamoci. Semplicemente eliminati. Perché una certa idea di amministrazione pubblica sembra seguire un principio straordinario nella sua semplicità: se elimini il servizio, elimini anche il bisogno. Geniale. Un approccio quasi metafisico applicabile anche alla mobilità urbana, ai parcheggi e allo scudo verde.

E infatti oggi a Firenze la pipì, ufficialmente, non esiste più. Esistono invece i bar e i ristoranti. Perché il servizio pubblico, si chiama pubblico non a caso, è stato elegantemente scaricato sugli esercizi commerciali. Hai bisogno? Consuma. Oppure negozia. Oppure implora a gambe strette e le mani sulla vescica, specie se la faccenda è più articolata di una semplice pipì. I fiorentini rimasti, pochi, sempre meno, ma tenaci, soprattutto tra gli anziani, conoscono una sorta di mappa segreta: i bar “amici”, quelli dove puoi salutare ed entrare senza sentirti un abusivo del wc. Una conoscenza tramandata oralmente, come una volta si faceva con le fontanelle d’acqua, molte delle quali, nel frattempo, sono state chiuse perché qualcuno che dormiva in strada le usava per la toilette quotidiana. Soluzione: eliminiamo anche quelle. Coerenza vuole.

Nel resto del mondo, invece, accadono cose per noi fiorentini davvero esotiche e improbabili. In Austria, Germania, Inghilterra esistono bagni pubblici. Spesso gratuiti, oppure accessibili con cinquanta centesimi. Strutture in acciaio, pulite, automatizzate, lavate dopo ogni utilizzo. Talvolta sotterranee, pensa, persino esteticamente dignitose con lavandino, specchio e carta igienica. A Firenze no. A Firenze abbiamo l’arte. E la filosofia del reggila fino a scoppiare. Gli urologi, con il loro pragmatismo un po’ guastafeste, continuano a ripetere che quando scatta il bisogno è meglio non filosofeggiare, perché la vescica ne soffre. Ma evidentemente non sono stati consultati in fase di pianificazione urbanistica. Il risultato è che molti anziani evitano il centro. Non per la mancanza di negozi o di vita commerciale, ma per un motivo molto più semplice e molto meno raccontato: la mancanza di un bagno. Il centro storico di Firenze, patrimonio UNESCO, si sta trasformando in una zona a esclusivo uso di chi ha una vescica d’acciaio o ha un bar di fiducia nel raggio di duecento metri.

Poi c’è il turismo. Quello vero, di massa. Le code nei bar, soprattutto per le donne, sono la dimostrazione più concreta che il problema non è teorico. Le guide turistiche hanno accordi con alcuni esercizi: i gruppi si fermano, fanno i loro bisogni in cambio di una spesa obbligata. La guida con la bandierina grida “pee now, next time in two hours” (fatela adesso, perché per le prossime due ore diventa più difficile” dice in modo più esplicito agli italiani ). L’ingresso al museo, per molti visitatori, è prima di tutto una liberazione, altro che quadri e statue quando scappa.

Al Mercato Centrale, altra meta turistica per veder tagliare la carne dal vero, la pipì è un euro. Prendere o lasciare. E mentre il cittadino educato cerca un bar, consuma un caffè non previsto e aspetta il suo turno con la compostezza di chi è cresciuto a pane e repressione, c’è un’altra parte della popolazione, quella senza accesso a nulla, che dorme per strada, che risolve il problema dell’evacuazione delle feci e dell’urina dove capita. Il risultato? Il decoro, quello vero, sparisce esattamente nel momento in cui lo si voleva difendere abbattendo i vespasiani. Una piccola, perfetta tragedia della modernità.

E veniamo alle Cascine. Il grande polmone verde della città dove, in teoria, una passeggiata dovrebbe essere un piacere. Vuoi informazioni sul bagno pubblico di via della Catena che, al momento, sembra in ristrutturazione? Ti rimando alle impietose recensioni google che si trovano in rete: materiale di antropologia urbana di rara intensità. Dal monumento di Washington, il cui retro appartato è ormai adibito, coram populo, a latrina a cielo aperto, fino al bar dell’Indiano, finalmente riaperto, non esiste un bagno pubblico funzionante. Ce n’è uno, dall’altra parte della piazza in viale Kennedy, di fronte ad Agraria: aperto dalle 9:30. In estate, quell’ora è già l’ora del rientro. Comunque un euro. Nel resto del parco, se sei anziano, o semplicemente umano, la soluzione diventa il cespuglio.

La domanda, a questo punto, è semplice. È più indecoroso un vecchio vespasiano o un cittadino costretto a nascondersi dietro una siepe? Peraltro, i vespasiani non li avevamo inventati ieri. Erano già presenti nell’antica Roma. I Romani, gente pragmatica fino alla brutalità, avevano capito che una civiltà si misura anche da come gestisce ciò che è inevitabile. Noi, invece, siamo andati oltre. Abbiamo raffinato il problema fino a farlo sparire. Almeno sulla carta. Nella realtà, la situazione è leggermente diversa. Resta una sensazione abbastanza diffusa: su questi temi manca una cosa semplicissima, quasi banale, e proprio per questo rarissima nei palazzi dell’amministrazione pubblica. Si chiama empatia. Si tratta di capire che residenti e turisti sono corpi. Corpi che camminano, che si stancano, che invecchiano. E che, fisiologicamente, ogni tanto fanno anche… plin plin.