FOCUS LFCV | Accoglienza dei minori: il “sistema Firenze”, tra cooperative, fondi pubblici e l’ombra del vuoto legale

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In un’intervista al consigliere delegato della cooperativa Il Girasole su La Nazione di oggi emergono le criticità del modello di accoglienza fiorentino: alcuni minori scappano, altri finiscono nella manovalanza criminale. Nel frattempo, la trasparenza sui risultati di queste strutture resta minima

 

Di Roberto Vedovi 

Un’intervista del 2017 già raccontava molto del welfare fiorentino: Sara Funaro e Matteo Conti erano allora, come lo sono oggi, i protagonisti di un sistema che sembra cristallizzato nel tempo. Funaro, architetto del welfare cittadino, e Conti, volto storico della cooperazione, continuano a gestire ruoli chiave, rispettivamente nell’amministrazione comunale e nella cooperativa Il Girasole, recentemente tornata agli onori delle cronache dopo l’episodio di accoltellamento avvenuto nella struttura di accoglienza in Viale Michelangelo

Quasi un decennio dopo, la sostanza non cambia: l’amministrazione invoca pazienza e risorse, le cooperative difendono il valore del cosiddetto “business sociale”. Ma dietro la retorica dell’accoglienza diffusa rimangono domande aperte, cruciali, su responsabilità giuridica, efficacia degli interventi e flussi economici.

L’intervista televisiva di allora e le cronache di oggi mettono in evidenza un punto centrale spesso trascurato: la condizione giuridica dei minori stranieri non accompagnati (MSNA). La Legge Regionale Toscana 41/2005 obbliga il Comune a intervenire immediatamente quando un minore è in stato di abbandono. In teoria, i minori sono affidati ai Servizi Sociali del Comune e a un tutore legale.

La legge, infatti, impone la nomina immediata di un tutore per ogni minore straniero non accompagnato (MSNA). Quel tutore deve avviare indagini familiari all’estero: scoprire se esiste una famiglia, quali rapporti ha con il ragazzo, se è stato mandato in Europa consapevolmente – spesso proprio perché “i minori non li rimpatriano” –, se riceve o manda soldi da casa, se qualcuno lo sta aspettando.

Nella stragrande maggioranza dei casi, quel tutore non viene nominato. O arriva dopo un anno, un anno e mezzo, quando il ragazzo ha già imparato la strada e i giri giusti. Al Tribunale per i Minorenni di Firenze ci sono poco più di 200 tutori volontari per oltre 1.000 minori registrati nel 2024. Anche nella migliore ipotesi, sarebbero cinque a testa: un carico insostenibile per chi lo fa gratis. Ma la verità è più cruda: per centinaia di minori non accompagnati il tutore non esiste. Il fascicolo resta fermo, senza chiamate all’ambasciata, senza numeri di genitori, senza rompere il silenzio. E questo silenzio conviene.

Perché un tutore vero, contattando la famiglia, scoprirebbe quasi sempre la stessa storia: il ragazzo non è un orfano abbandonato, ma è stato mandato via con un progetto preciso. I genitori sanno che in Italia un minore non può essere respinto alla frontiera, spesso conoscono i modi per guadagnare – anche illegalmente – e mandare soldi a casa. E potrebbero preferire che resti lì a guadagnare e inviare denaro, anziché riaverlo indietro o ristabilire un rapporto ufficiale. Ed è anche per questo che il tutore resta nel cassetto. Così, spesso, il minore resta “non accompagnato”. E la cooperativa incassa 40-50 mila euro l’anno a ragazzo.

Conti, nell’intervista odierna a La Nazione, conferma l’ampiezza del sistema: Il Girasole gestisce 14 strutture per i minori, tra Cas, Fami e appartamenti Sai, per un totale di oltre 105 posti, con 90 operatori tra educatori, psicologi, legali e assistenti sociali. I costi giornalieri pro capite oscillano tra 100 e 120 euro, il che si traduce in milioni di euro di gestione annua.

Eppure, il dibattito pubblico ignora margini di gestione, risultati concreti e reale efficacia di queste spese. Dopo nove anni, non basta parlare di “cuore” o “accoglienza”: servono bilanci sociali trasparenti, dati sull’integrazione e sul futuro dei ragazzi, che siano diventati cittadini attivi o, al contrario, siano stati persi dal sistema.

Il fatto che Funaro e Conti siano interlocutori unici dal 2017 segnala una staticità del potere difficile da superare. L’Assessore parla di “modello fiorentino”, ma la cronaca racconta un welfare in affanno: incendi, accoltellamenti, risse, ragazzi che scappano, tensioni sociali che si propagano dalle strutture ai quartieri. La sinergia tanto decantata sembra trasformarsi in un monopolio, dove la critica diventa “populismo” e i problemi strutturali vengono trattati come emergenze temporanee.

Matteo Conti descrive una realtà complessa: adolescenti segnati da traumi, senza punti di riferimento, con ostacoli linguistici e culturali. Le strutture di prima accoglienza dovrebbero garantire tempi limitati, ma spesso l’attesa si prolunga. Gli appartamenti Sai ospitano gruppi più piccoli, con percorsi di formazione e assistenza h24. Tuttavia, una quota di minori con fragilità psicosociali o dipendenze richiede interventi specialistici che il sistema pubblico fatica a fornire. “Qualcuno scappa e non torna più. Purtroppo, alcuni finiscono coinvolti nella criminalità,” ammette Conti. “Noi dobbiamo costruire percorsi di tutela e integrazione, ma non possiamo ignorare i limiti della realtà.”

L’accoglienza non è solo un atto di solidarietà, ma un servizio professionale che comporta costi certi e responsabilità precise. Se il sistema deve tutelare legalmente i minori e garantire integrazione e sicurezza, è necessario un controllo rigoroso, trasparente e misurabile dei risultati. Dopo nove anni, la domanda rimane: quanto del “modello fiorentino” è davvero efficace, e quanto è semplicemente un circuito consolidato di gestione?

Foto: Copyright Fotocronache Germogli