Dalle ambizioni del Masterplan delle Cascine alla decadenza della concessione, la storia dell’ex ippodromo racconta oltre un decennio di errori, rimpalli e occasioni mancate
Di Roberto Vedovi
L’ex ippodromo Le Mulina rappresenta da oltre dieci anni una delle ferite più visibili del degrado urbano a Firenze. Da fin troppi anni l’area è stata segnata da occupazioni abusive, incendi ricorrenti, accumuli di rifiuti e un abbandono che contrasta fortemente con l’immagine di città d’arte e turismo che Firenze intende proiettare.
La Pegaso Srl, concessionaria dal 2015, ha certamente responsabilità dirette e preponderanti per il mancato rispetto degli obblighi di manutenzione, sorveglianza, pagamento dei canoni e avvio di interventi strutturali – inadempienze che hanno portato il Comune, nel maggio 2025, a dichiarare la decadenza della concessione. Tuttavia, la responsabilità non può essere ascritta esclusivamente al concessionario privato. La gestione comunale, attraverso diverse amministrazioni, ha contribuito in misura rilevante al protrarsi della situazione: dalla mancata consegna dell’area sgombra da occupanti e rifiuti nel 2015 (causa principale della sentenza del Consiglio di Stato che nel 2023-2024 ha condannato Palazzo Vecchio al risarcimento di oltre 200.000 euro più interessi e spese), alla conduzione del contenzioso giudiziale protrattasi per anni senza un efficace piano alternativo.
Tutto comincia nel giugno 2012, con Matteo Renzi sindaco: Palazzo Vecchio pubblica un bando ambizioso per valorizzare l’ex ippodromo nel quadro del Masterplan delle Cascine. L’idea è trasformare l’area in un polo polifunzionale. La concessione venticinquennale viene assegnata nel 2014-2015 alla Pegaso Srl, ma fin dall’inizio emergono ostacoli: l’area non viene consegnata libera da occupanti e da rifiuti, condizione indispensabile per l’avvio dei lavori. Nel 2016 il Comune prova a revocare la concessione per inadempienze, ma il TAR Toscana (sentenza poi confermata dal Consiglio di Stato nel 2023-2024) dà torto a Palazzo Vecchio e lo condanna a risarcire oltre 200.000 euro (più interessi e spese) alla società, proprio perché non aveva garantito la piena disponibilità del bene. Questa condanna è uno dei passaggi più gravi: diverse amministrazioni (da Renzi a Nardella fino a quella attuale) hanno gestito il contenzioso in modo da prolungare lo stallo per quasi un decennio, senza mai riuscire a mettere in campo un piano alternativo credibile né ad accelerare soluzioni concrete.
I consiglieri dell’opposizione (da Dmitrij Palagi alla lista civica Schmidt e Noi Moderati) hanno ripetutamente denunciato questa inerzia, accusando il Comune di aver scaricato eccessivamente le colpe sul concessionario privato. Il degrado si è così cronicizzato: occupazioni abusive continue, incendi, segnalazioni di microcriminalità, sequestri giudiziari. Gli sgomberi e gli interventi di messa in sicurezza sono rimasti operazioni periodiche e insufficienti, incapaci di interrompere il circolo vizioso.
Solo nel 2024-2025, con l’assessore Dario Danti in prima linea, si arriva alla decadenza formale della concessione, ma anche dopo gli sgomberi del 2025 le occupazioni abusive tendono a ripresentarsi in breve tempo. In poche parole, le responsabilità oggettive del Comune sono: non aver consegnato l’area nelle condizioni previste nel 2015, origine della pesante sentenza di risarcimento; aver gestito il contenzioso in modo troppo passivo e prolungato; non aver predisposto con tempestività un piano alternativo serio; aver esercitato una vigilanza debole su un bene pubblico di pregio, trasformandolo per anni in un problema di decoro e sicurezza.
In mezzo al degrado generale, Le Mulina hanno vissuto momenti di vitalità grazie a concessioni temporanee estive. Il più conosciuto è Fi-Gò, festival partito nel 2021 e rinnovato negli anni successivi: 120 giorni di musica, sport, street food, aperitivi, artigianato e soprattutto maxischermo per le partite degli Europei. Organizzato da associazioni e soggetti privati, ha restituito per qualche mese all’area un’atmosfera di aggregazione e di rinascita. Ma una volta finita l’estate, tutto tornava come prima.
Questi sprazzi di vita hanno reso ancora più evidente la responsabilità dell’amministrazione: non è mai riuscita a trasformare una potenzialità così chiara in un progetto stabile e duraturo. A gennaio 2026, con la decadenza notificata ormai da mesi e l’annuncio di un nuovo avviso esplorativo per sondare operatori interessati, il futuro delle Mulina resta un groviglio di ricorsi pendenti al Tar e al Consiglio di Stato, progetti fermi in Soprintendenza e interventi di “messa in sicurezza” che si susseguono senza risolvere nulla di strutturale.
Proprio in questi giorni, l’ennesimo controllo antidroga dei Carabinieri ha portato all’arresto di un uomo nell’area, con ritrovamento di hashish in una stalla diventata rifugio di fortuna: l’ennesimo capitolo di una cronaca nera che si ripete da anni. È difficile non provare rabbia, più che dispiacere. Perché qui non si tratta solo di un’area degradata: è il fallimento plateale di chi avrebbe dovuto vigilare, decidere, agire – e invece ha lasciato marcire un pezzo di città per un decennio e mezzo, tra sentenze beffarde, sgomberi che durano lo spazio di un comunicato e scuse infinite.
Le Mulina sono diventate lo specchio scomodo di un’amministrazione che promette tanto e mantiene ben poco, che litiga in tribunale invece di governare, che preferisce il tamponamento alla soluzione vera. E i fiorentini, che passano accanto a quel rudere ogni giorno, pagano il conto in degrado, insicurezza e occasioni perse. Dopo tanti “stavolta sì”, la fiducia si è ridotta a un filo sottile, e la città continua a guardare altrove, imbarazzata.
Foto: Copyright Fotocronache Germogli
