Una struttura con appena quattordici anni di vita che, tra vetri pericolanti e lastre delle facciate che si staccano, rappresenta in modo plastico il fallimento di un’opera non solo brutta esteticamente, ma anche disastrosa dal punto di vista strutturale
Serve mettere mano al portafoglio e tirar fuori la modica cifra di 30 milioni di euro per tentare di sistemare ciò che resta del Palagiustizia, che cade letteralmente a pezzi dopo soli quattordici anni dalla sua costruzione.
Il Comune ha fatto causa alla ditta che lo ha realizzato, peccato che questa risulti ormai insolvente. Traduzione: paga sempre il cittadino.
Il megapalazzo di viale Guidoni, dove quindici anni fa sono stati riuniti Procura, Tribunale e Corte d’Appello insieme agli uffici competenti, presenta gravissimi problemi strutturali.
È cronaca di un anno fa che, durante un processo, una persona sia rimasta ferita a causa di una caduta. Per rimediare, si è cercato di mettere una toppa inchiodando, una a una, le singole lastre che “saltavano”.
Il palazzo, inaugurato nel gennaio 2012, è costato alla città 140 milioni di euro. Oggi, per rimetterlo a posto — o almeno in sicurezza — servono altri 30 milioni. Forse di più. Un affare, insomma.
Sfortunato fin dall’inizio, verrebbe da dire. Tanto che i suoi stessi inquilini, i magistrati, hanno aperto più di un’inchiesta per i crolli in facciata e per i continui allarmi legati all’instabilità delle lastre in pietra e gres.
Con il passare degli anni, i problemi non hanno fatto che moltiplicarsi: infiltrazioni d’acqua nella navata centrale, copertura in vetro che fa acqua da tutte le parti, sicurezza sempre più precaria.
La presidente della Corte d’Appello, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha raccontato di aver vietato da mesi l’apertura delle finestre dopo che due di esse si erano staccate, creando un potenziale pericolo.
Ma il vero rischio è il rivestimento esterno, tanto che chiunque passi può notare come sia “ingabbiato” da una rete per evitare la caduta delle mattonelle. Un tribunale trasformato in un cantiere permanente.
E chi deve intervenire? Chi deve finalmente impugnare la cazzuola?
Dal 2014 — appena due anni dopo l’inaugurazione — va avanti il rimpallo di competenze su chi debba occuparsi dei lavori.
Nel 2020 una perizia ha confermato la cattiva esecuzione dell’opera, indicando la necessità di interventi sull’intero rivestimento. Ma, appunto, servono 30 milioni di euro. Minimo.
A frugarsi in tasca dovrebbe essere il Comune di Firenze, che nei mesi scorsi ha avviato una causa contro Inso, l’azienda che ha realizzato i lavori.
Peccato che l’impresa sia ormai in stato di insolvenza. E anche se il giudice desse ragione a Palazzo Vecchio, resta una domanda: chi pagherà davvero?
Intanto le mattonelle continuano a saltare, i vetri restano pericolanti negli uffici e le lastre della facciata continuano a staccarsi. Tutto normale, a quanto pare, per uno dei palazzi simbolo della giustizia.
Viene da ricordare Vittorio Sgarbi che, durante le sue visite a Firenze, non perdeva occasione per inveire contro quello che definiva uno scempio architettonico, un pugno in un occhio al panorama cittadino.
Forse aveva intuito tutto.
Bastava guardarlo, in fondo: alle linee, all’estetica, alla sua pesantezza.
Quel palazzo, brutto com’era, era nato sotto una cattiva stella. E oggi ne paghiamo il conto.
