La Destra toscana del conducător Vannacci incasina il governo Meloni

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Tutto comincia con l’ormai nota conferenza stampa sulla “remigrazione” che avrebbe dovuto andare in scena alla Camera dei deputati e che, inevitabilmente, ha impresso un nuovo corso alla politica italiana. Ricostruiamo brevemente il fatto. In qualche modo, alcuni esponenti di sinistra vengono a sapere che i tipetti poco raccomandabili di Casapound dovrebbero essere tra i relatori e bloccano fisicamente la saletta della Camera. Fuoco di fila, dichiarazioni di fuoco, articoli della Costituzione come bombe a grappolo. È il presidente della Camera, il leghista Fontana, alla fine, ad annullare la conferenza. Esponenti della maggioranza si limitano a laconiche dichiarazioni sulla libertà; silenzio rumoroso da parte di Giorgia Meloni, di solito molto loquace quando c’è da prendersela con la sinistra (che però non governa). Lo stesso giorno parte la controffensiva: raccolta di firme per la remigrazione e quorum raggiunto in pochissimo. Firme raccolte via web e social non tanto per un’effimera proposta di legge di iniziativa popolare – la remigrazione –, firme che significano dati e soprattutto contatti. Trasformare i like, appunto, in potenziali voti. E, nel frattempo, certificato lo strappo, il conducător Vannacci comincia il suo tour, aiutato – come da buona tradizione fascista/fascisteggiante – da organizzazioni di filiazione massonica. Primo banco di prova della fedeltà vannacciana e dei futuri assetti già stretto giro: cosa farà il neonato fronte nazionale al referendum sulla giustizia? Un referendum il cui esito comincia a non essere così scontato: nonostante Meloni abbia scrupolosamente evitato di personalizzarlo, l’occasione è ghiotta per il campo largo, ma non solo. Difficile, certo, che i vannacciani possano costituire un gruppo parlamentare autonomo, ma la mossa di Vannacci introduce una dinamica in un sistema fisso. Data l’impossibilità di un governo alternativo alla Meloni, l’unica soluzione è una breccia interna. E così da statico, il quadro politico si fa improvvisamente fluido. Del resto, ogni fase della politica italiana, quelle di consolidamento (post-45) e quelle di dissoluzione (1992-93), è scandita dall’emersione di un partito di protesta, che si erge a difesa del Paese reale. Dal fugace ma significativo esperimento dell’Uomo Qualunque, che si scontra però con la solidità della Democrazia Cristiana (e con il sottostante patto tra Pio XII e Stalin per il tramite di Togliatti), ai Radicali di Marco Pannella che, utilizzando un nuovo modo di combattere – il referendum -, introducono lentamente i nuovi “diritti” e negli anni ’90 smantellano i capisaldi della Prima Repubblica, fino alla Lega bossiana che, nei cruciali anni ’90, prometteva lo smantellamento dello Stato centrale (l’Italia sarebbe sparita come fattore di potenza, dissolta in una “confederazione”), e al Movimento 5 Stelle, che a sua volta ha dato gli ultimi colpi al primato della politica. In questa tradizione consolidata può inserirsi l’esperimento “bonapartista” – l’espressione è di un altro grande toscano – di Vannacci. Con un Centrodestra che fatica a cambiare passo, ancora incapace di dettare una narrazione autonoma e non più subalterna alla sinistra, senza un ceto politico in grado di far digerire anche le decisioni impopolari naturalmente connesse all’esercizio del potere, l’ex capo delle operazioni anti-Isis rischia di aprire una breccia, introducendo una contraddizione a destra che non c’era. Da capire, dunque, se e come si posizionerà sul referendum per la separazione delle carriere e, soprattutto, se starà nell’alveo della coalizione di Centrodestra.