Con questa approfondita e puntuale inchiesta su Sant’Ambrogio La Firenze che vorrei inaugura una rubrica che riflette sulla qualità estetica e progettuale delle varie “riqualificazioni”, i loro costi, le ricadute per la comunità.
di A. Busà
Non c’è pace per il rione di Sant’Ambrogio. Già negli anni Sessanta il complesso progettato da Pierluigi Spadolini per la sede de La Nazione, sulle ceneri dell’ex teatro giardino Alhambra, aveva portato il peso modernista dell’edilizia prefabbricata in un quartiere che aveva ancora l’aspetto gentile della vecchia Firenze. Ma bisogna dire che sono stati soprattutto gli ultimi vent’anni a vedere l’intensificazione di interventi sempre meno felici nell’area, prima con la risistemazione del ribattezzato Largo Annigoni in un parcheggio interrato con i due postmoderni casottini per impianti e accessi, poi con la costruzione di quelli che sembrano dei container modulari in metallo marrone che ospitano il nuovo mercato delle Pulci, e infine con l’apertura del nuovo edificio che lambisce la piazza e oggi ospita l’ingresso della Facoltà di Architettura e la sede di Firenze Parcheggi.
Prima o poi doveva arrivare anche il turno del mercato di Sant’Ambrogio. Amatissimo dai fiorentini, da sempre conviviale luogo di ritrovo e commercio nel cuore del rione, era stato progettato nel 1873 come secondo mercato cittadino di Firenze Capitale. Con linee sobrie ma ingentilite da colonnine in ghisa e dalle fitte persiane a decorare i grandi finestroni superiori, era stato realizzato dal Mengoni, lo stesso architetto del Mercato Centrale di San Lorenzo (ma anche della spettacolare Galleria Vittorio Emanuele II di Milano), in un’epoca in cui il Poggi tentava di trasformare la medievale e paesana Firenze in una città di respiro europeo.
Imbrattato dai vandali, deturpato da anonime pensiline d’acciaio per i banchi esterni, e da sempre utilizzato come parcheggio notturno, poco prima del suo 150esimo anniversario si era cominciato a parlare di una sua riqualificazione. Con un progetto definitivo approvato nel dicembre 2021, l’ex sindaco Nardella prometteva la rimozione delle vecchie pensiline con strutture più moderne in modo da creare un “loggiato” esterno che si integrasse in armonia con la piazza circostante. A questo si sarebbe aggiunto il rifacimento della pavimentazione in pietra, la creazione di un corridoio centrale tra i banchi del mercato e un ripensamento funzionale degli impianti di servizio per ottimizzare la distribuzione degli spazi. I cantieri sono iniziati il 29 gennaio 2024, con lo spostamento dei banchi ortofrutticoli nella zona opposta della piazza e il trasferimento dei banchi di prodotti non alimentari nella vicina piazza Annigoni. Il 15 marzo 2022 il quotidiano La Nazione celebrava il futuro restyling assicurando che “le nuove strutture esterne richiameranno l’architettura dell’Ottocento (…) con gli stessi colori e materiali in modo da integrarsi all’edificio esistente”. Ma non è andata esattamente così.
Da anni la parola “riqualificazione” suona come una campana a morto in una città la cui amministrazione si è troppo spesso dimostrata incapace di maneggiare la bellezza che ha ereditato con la cura che le sarebbe dovuta.
Come ricostruito dall’Ordine degli Architetti di Firenze, il progetto è stato concepito inizialmente dall’ufficio tecnico comunale, seguito da un invito rivolto a diversi operatori per il conferimento degli incarichi di progettazione esecutiva e direzione dei lavori. Il progetto però non è piaciuto agli operatori del mercato, e un privato ha così incaricato dei professionisti di creare un nuovo concept, che il Comune ha poi acquisito, proponendone al progettista affidatario l’implementazione. La “riqualificazione” si è quindi svolta senza un concorso, cosa che avrebbe potuto aprire la strada a una discussione pubblica sulla qualità estetica e progettuale, ma anche sulla funzione sociale e collettiva del progetto, e magari a qualche idea un po’ più creativa.
Ed è così che una mattina di febbraio ci siamo svegliati con una nuova tettoia in acciaio industriale sul lato nord-est di Piazza Ghiberti verso Via dell’Ortone/Via del Verrocchio. La tettoia ha una linea squadrata, ed è talmente larga da oscurare il godimento, dalla strada, del corpo di fabbrica del mercato stesso, che anzi viene in gran parte nascosto. Il profilo massiccio della copertura in pannelli di acciaio grigio, anziché rispettare il contesto storico e culturale del mercato, lo fa assomigliare a un grande garage coperto, dove non entra mai la luce del giorno. Solo la parte di copertura attualmente in costruzione verso via Santa Verdiana presenta dei tamponamenti in vetro che lasceranno filtrare un po’ di raggi di sole sui banchi del mercato.
È vero che il piano ha visto il coinvolgimento diretto degli operatori del mercato, che sono stati consultati durante la fase di progettazione e poi durante il lungo cantiere per cercare di minimizzare i disagi. E sicuramente la costruzione di una nuova pensilina, concordata con i commercianti, offre maggiore spazio riparato ai tanti operatori che lavorano all’esterno del mercato.
Ma la promessa di “riqualificazione” è stata tradita. La nuova tettoia non ha nessuna qualità architettonica, e non stonerebbe tra i capannoni industriali del MERCAFIR o nel parcheggio coperto di un autogrill. Materiali e forme sono quelli dell’edilizia industriale economica: pilastri e pannelli in acciaio grigio e luci tubolari a led. Eppure la spesa complessiva per il progetto non è da poco: stimata in circa 750mila euro nel 2021, è salita agli 1,3 milioni di euro nel 2023, per poi arrivare con un balzo agli 1.9 milioni di oggi.
Con queste cifre, nulla avrebbe impedito di unire le sacrosante esigenze funzionali del mercato ad un progetto architettonico davvero ben pensato, realizzato con materiali innovativi e leggeri, che potesse aggiungere bellezza e luce all’area e all’attività commerciale, invece che toglierla.
L’inaugurazione di questa ennesima riqualificazione senza qualità, poi, non è stata esente da una buona dose di disavventure, e anche qualche figuraccia. Il gran giorno mancava l’elettricità per illuminare i banchi dei commercianti, e anche alcuni writers della zona hanno voluto lasciare il loro marchio sul nuovo “restyling”, imbrattando nella notte i muri del mercato con i loro soliti scarabocchi. Tanto che il presidente del mercato il giorno dopo ha avanzato la proposta di lanciare un concorso per decorare le pareti del mercato con murales “professionali” in modo da scoraggiare ulteriore vandalismo. Triste ricorrere a questo in piena area UNESCO, ma poche altre soluzioni sono disponibili in una Firenze in cui teppismo e danni al patrimonio (vedi “spaccate”) sono ormai la regola, una regola a cui questa amministrazione sembra incapace di dare alcuna risposta.
A questo si aggiungano le recenti lamentele dei commercianti del mercato antiquario delle Pulci, che la scorsa settimana hanno chiesto a gran voce maggiori controlli di polizia sui tanti venditori abusivi che si aggiungono in piazza con i loro mercatini improvvisati.
A differenza di altre città Europee – una tra tutte Barcellona, dove i migliori architetti internazionali fin dagli anni Novanta si sono confrontati con i mercati storici della città realizzando design che sono diventati iconici, pur nel rispetto e anzi nell’esaltazione dell’architettura storica – Firenze continua a rimanere paralizzata in un vicolo cieco sempre meno comprensibile, un’interpretazione molto burocratica e molto poco creativa del concetto di “funzionale”.
Col risultato che la città patisce da anni un progressivo imbarbarimento e a una serializzazione di forme e materiali un po’ ovunque.
Basta vedere i nuovi dozzinali lampioni montati recentemente sul Ponte alle Grazie, una scelta che a dirla tutta non si augurerebbe neanche al peggiore dei giardinetti di periferia, o le nuove “spallette” in cemento armato e mattoni prefabbricati volute dalla Regione, e che sono state avvistate in costruzione sul Lungarno alle Grazie la settimana scorsa.
La nuova tettoia di Sant’Ambrogio è solo l’ennesima dimostrazione della disconnessione tra la bellezza che la città di Firenze ha sempre rappresentato e le ben limitate competenze delle varie amministrazioni che ci mettono mano. Ed è doveroso chiedersi quale sia il ruolo di garanzia della Soprintendenza, attenta al più piccolo abuso edilizio ma favorevole a un progetto impattante come questo.
Se non altro i Fiorentini non deludono, e senza troppi giri di parole hanno dimostrato di non gradire, con una pioggia di critiche sulla pagina Facebook del Comune. Tra i commenti, i più divertenti paragonano il nuovo loggiato alle strutture del Macrolotto di Prato, a svariate stazioni d’autogrill, ai parcheggi di TIR all’Osmannoro, e via dicendo… Come dargli torto. In attesa del completamento delle opere, ora slittato a settembre, il vero interrogativo resta: fino a quando Firenze continuerà a volersi così poco bene? Fino a quando si permetterà a Firenze di essere amministrata da chi si ostina a disconoscere il valore storico e culturale della bellezza, che per secoli ha definito l’identità di questa nostra città?
Ma una consolazione ci rimane: una brutta tettoia può cancellare sì un pezzo di bellezza, ma non il calore e la vitalità dell’universo umano che ancora anima il mercato e i suoi commercianti, che rimangono tutti al loro posto, magari solo un po’ più in penombra.