La percezione di insicurezza sotto la lente dei dati: in 5 anni, +81% tra donne e anziani, +90% nel centro città, i numeri che la politica preferisce ignorare

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La percezione della sicurezza non è opinione, ma una variabile scientificamente misurabile: anziani, donne e persone sole sono le vere vittime della città insicura e di una “percezione” ormai divenuta realtà

 

Di Vincenzo Freni

Per oltre trent’anni mi sono occupato, come ricercatore sociale e di marketing, di indagini sulla vittimizzazione. Le ho realizzate sia a Firenze sia in varie città italiane. Si tratta di uno degli strumenti più interessanti nell’ambito delle ricerche sulla sicurezza, perché permette di confrontare due dimensioni fondamentali: nel tempo, attraverso indagini longitudinali, e nello spazio, tra città o aree geografiche diverse. In altre parole, queste indagini consentono di misurare con precisione la percezione di sicurezza della popolazione.

Oggi si parla spesso di percezione piuttosto che di realtà, e qualcuno gioca su questa apparente contraddizione, ma raramente si spiega che cosa significhi davvero e, soprattutto, come si misura. Eppure la percezione, nelle scienze sociali, non è un’impressione vaga. È una variabile che può essere rilevata con strumenti metodologici molto precisi.

Cominciamo dall’inizio, spiegando a chi non le conosce che cosa sono le indagini sulla vittimizzazione. Le prime victimization surveys nascono negli anni Settanta negli Stati Uniti e si diffondono progressivamente a livello internazionale. La loro forza sta nel metodo: il questionario è standardizzato, composto da domande identiche che vengono ripetute negli anni e nei diversi contesti territoriali. Le domande riguardano:

  • i tipi di reato subiti

  • il periodo di riferimento, solitamente gli ultimi dodici mesi

  • alcune caratteristiche della vittima

  • l’eventuale denuncia alle forze dell’ordine

  • la percezione della propria sicurezza nelle vicinanze dell’abitazione, di giorno e di notte

Questo approccio ha rivoluzionato la criminologia perché permette di misurare la vittimizzazione reale, non solo quella registrata dalle statistiche giudiziarie. Una quota significativa di reati, infatti, non viene mai denunciata. Molti cittadini lo ritengono inutile oppure pensano che la perdita di tempo non porterà a risultati concreti. Basta pensare, per esempio, a quante biciclette vengono rubate e non denunciate.

Le indagini sulla vittimizzazione consentono quindi di stimare anche questa parte sommersa del fenomeno criminale. Il questionario viene somministrato a un campione casuale della popolazione, in modo da rappresentare correttamente l’intero universo degli abitanti. Tra le molte domande, due, apparentemente semplici, si sono rivelate nel tempo fondamentali per misurare la percezione della sicurezza: “Quanto si sente sicuro a camminare da solo nella zona in cui vive durante il giorno?” e “Quanto si sente sicuro a camminare da solo nella zona in cui vive dopo il tramonto o di notte?” Ripetute nel tempo e nello spazio, queste due domande permettono di costruire indicatori estremamente affidabili.

A questo punto vorrei raccontare un episodio istruttivo che dimostra bene quanto il rigore nel metodo sia importante. Avevo presentato alla stampa una ricerca dalla quale emergeva che una quota significativa di fiorentini evitava di uscire di casa la sera per paura. Come spesso accade quando i dati non coincidono con ciò che qualcuno vorrebbe sentirsi dire, fui criticato e messo in discussione. Pregiudizi, dissero.

Qualche settimana dopo mi telefonò un giornalista. «Caro Freni, sono a una conferenza stampa in cui si presenta una ricerca sulla vittimizzazione realizzata dal Comune con l’Università di Firenze. I risultati sono molto diversi dai suoi.» La cosa mi sembrava strana. Quando le indagini sono condotte con criteri metodologici corretti, e l’Università dispone di validissimi statistici, le differenze tra studi condotti con serietà sono minime. Gli chiesi allora una cosa molto semplice: «Mi legge la domanda e le risposte che differiscono dalla mia indagine?» Il giornalista rispose che la domanda riguardava la percezione di insicurezza durante il giorno nei pressi della propria abitazione. A quel punto gli spiegai immediatamente il problema.

Le domande sulla percezione di insicurezza sono due: una riguarda il giorno, l’altra riguarda la sera dopo il tramonto. Non si possono confrontare i risultati dell’una con quelli dell’altra, come era stato fatto nel corso di quella conferenza stampa. Il giornalista verificò e scoprì che, confrontando la domanda corretta, quella relativa alla notte, la ricerca dell’Università peggiorava di due punti percentuali la percezione di insicurezza rispetto alla mia. Il Comune di Firenze rimosse subito quella ricerca dal proprio sito istituzionale. Me lo immaginavo: quando i dati sono scomodi spariscono, dimenticando però che Internet non dimentica: ciò che viene cancellato da una pagina, da qualche parte rimane sempre ed è sempre recuperabile. Sono abituato a questi trucchetti.

Ma osserviamo i dati più recenti, raccolti da istituzioni senza pregiudizi, Censis, Università e ISTAT, perché il tema non è affatto teorico e aiuta a capire quanto il quadro sia allarmante. Il Censis nel 2025 ha pubblicato diversi rapporti che toccano il tema della sicurezza, con un focus su quella percepita e su quella oggettiva.

In particolare il 1° Rapporto Univ-Censis “La sicurezza fuori casa” (maggio 2025) analizza la criminalità nei territori italiani, inclusa Firenze, basandosi su dati del Ministero dell’Interno e su un campione di mille adulti. Il rapporto evidenzia un aumento dei reati denunciati e una percezione di insicurezza crescente, con Firenze tra le città più colpite in termini di incidenza pro capite. L’ISTAT conferma che Firenze concentra circa il 65% dei reati urbani della Toscana. La percezione di insicurezza, inoltre, è cresciuta dell’81% negli ultimi cinque anni tra donne e anziani nei comuni toscani e del 90% nel centro città.

Si tratta di dati particolarmente allarmanti perché non riguardano tutti nello stesso modo. Sono soprattutto i soggetti più fragili e vulnerabili, anziani, donne, persone sole, a essere colpiti. In questi segmenti della popolazione il valore supera abbondantemente la metà dei cittadini. Non siamo dunque di fronte a un fenomeno marginale o fisiologico, come talvolta viene raccontato. Non riguarda una piccola minoranza bensì una quota enorme della popolazione urbana. Inoltre, i ricercatori lo sanno: è un fenomeno cumulativo che poteva essere ampiamente previsto.

Le indagini sulla vittimizzazione degli ultimi decenni mostrano un andamento abbastanza chiaro: la percezione di insicurezza e la diffusione della microcriminalità tendono ad accumularsi nel tempo. E poi diciamolo chiaramente: “Microcriminalità” è un termine edulcorato. Nella vita quotidiana di chi ne è vittima non si tratta di qualcosa di micro. Si tratta di criminalità vera e propria, che colpisce prevalentemente i soggetti più deboli della società. La vera posta in gioco è questa. Quando una città arriva al punto in cui quattro cittadini su dieci rinunciano a uscire la sera, il problema non è più soltanto statistico.

Diventa un problema di qualità della vita urbana. La sicurezza non è soltanto l’assenza di reati registrati, è la libertà quotidiana di uscire, passeggiare, vivere la propria città senza paura. E quando questa libertà comincia a restringersi, non siamo più nel campo delle percezioni astratte. Siamo già dentro una trasformazione molto concreta, e difficilmente reversibile, della vita sociale.