Dopo il caso di La Spezia cresce la preoccupazione anche a Firenze: presidi e docenti chiedono una risposta corale
di Roberto Vedovi
L’articolo di Elettra Gullè su La Nazione di ieri fa riflettere seriamente. Dopo il caso di La Spezia, i presidi fiorentini non nascondono la preoccupazione: lame nelle tasche dei ragazzi non sono più un caso isolato lontano da noi, ma un rischio concreto anche qui. «Può succedere pure qui», dicono, e il timore è fondato. Quello che emerge con forza è però lo sguardo oltre i cancelli scolastici: aggressioni alla stazione di Rifredi, clima sempre più inquietante nei quartieri, presenze moleste e influenze negative dal territorio che finiscono per riversarsi dentro le scuole.
La violenza non nasce tra i banchi, ma si radica fuori, nei contesti periferici dove i conflitti degenerano troppo in fretta.I dirigenti scolastici stanno rispondendo con responsabilità: dialogano con le famiglie, segnalano, chiedono più sinergie con istituzioni, forze dell’ordine e associazioni, invocano spazi veri di ascolto e aggregazione per i giovani. Tendono una mano concreta, cercano di educare al rispetto e alla gestione dei conflitti. Ma da soli non possono bastare.
E qui entra un elemento che non possiamo ignorare, senza scadere in accuse facili o generalizzazioni: da dove arriva questa “cultura del coltello” che si sta diffondendo tra i più giovani? Guardando i fatti cronaca recenti a Firenze e in altre città, la maggior parte degli episodi di rapine, minacce, aggressioni con lame o botte violente coinvolgono gruppi di ragazzi di origine straniera o di seconde generazioni, in zone come periferie, stazioni o quartieri ad alta marginalità (Novoli, Isolotto, Rifredi).
Non è un discorso etnico, ma sociale: in contesti di disagio, povertà, mancanza di integrazione piena e modelli distorti (dove il coltello diventa simbolo di status, difesa o prevaricazione rapida), questa pratica si diffonde più facilmente, alimentata da codici di strada importati o ibridati con la realtà locale. La radice resta però sempre la stessa: le famiglie. Senza un controllo quotidiano, senza regole chiare e valori trasmessi in casa – rispetto per l’altro, gestione delle emozioni, autocontrollo, senso del limite – la scuola argina ma non risolve.
I valori di base si imparano prima di tutto tra le mura domestiche, da figure adulte presenti e autorevoli. Non è un’accusa a nessuno in particolare, è una responsabilità condivisa che va affrontata con lucidità. Ai genitori: guardiamo davvero i nostri figli, ascoltiamoli, insegniamogli che la vera forza sta nel dialogo, non in una lama. Alle istituzioni e alla scuola: continuate quel lavoro di prevenzione e ascolto, ma serve un impegno più ampio sul territorio per integrare, educare e offrire alternative reali ai ragazzi a rischio. I nostri giovani meritano di crescere al sicuro, dentro e fuori scuola. Parliamone apertamente, agiamo insieme – prima che diventi routine.
Foto: Copyright Fotocronache Germogli
