Quando lo spazio pubblico diventa territorio di conquista: bande, risse e paura al posto della convivialità. La rottura del patto civile: senza rispetto delle regole non c’è convivenza nè integrazione
Di Roberto Vedovi
Capodanno, da Roma a Milano, da Bologna fino a Firenze, è stato l’ennesimo film già visto: piazze consegnate non alla comunità, ma a bande di violenti che scendono in strada per dominare, non per festeggiare. Dire che sono indignato è poco: con chi trasforma la notte di festa in una caccia all’uomo, in un videogioco di botte, coltelli e devastazioni, parlare di integrazione è una barzelletta tragica.
A Roma, in zona Colosseo, i maranza – giovanissimi, in gran parte di origine nordafricana – si muovono come padroni del mondo: razzi e petardi sparati contro la folla, risse cercate apposta, un’ambulanza assediata da bottiglie e fuochi d’artificio lanciati dall’alto, mentre altrove auto, cassonetti e balconi vanno in fiamme e decine di persone restano ferite, alcune in modo gravissimo. Non è folklore: è barbarie pura, è disprezzo verso chi lavora, verso chi soccorre, verso chi vorrebbe solo brindare in pace.
Stesso copione altrove: a Bologna, tra musica e divertimento, saltano fuori risse e feriti; a Milano piazza Duomo viene blindata, con ingressi chiusi in anticipo e divieti di vetro, alcol e fuochi su mezza città per paura di nuove ondate di violenza. Il risultato? La libertà di tutti viene schiacciata perché certi gruppi rivendicano il diritto di terrorizzare tutti gli altri: un ricatto quotidiano allo spazio pubblico.
E Firenze, purtroppo, è dentro questo quadro fino al collo: i dati la piazzano da tempo sul podio nazionale per reati denunciati, seconda solo a Milano e davanti a Roma, con numeri della criminalità in crescita. In questo scenario esplode il Capodanno in piazza Duomo: un diciottenne tunisino accoltellato tra il Battistero e il palazzo vescovile, in piena zona pedonale, e nelle stesse ore una rissa furibonda davanti a un locale, ripresa da più angolazioni, con un branco che rovescia tavoli e sedie, devasta gli esterni, minaccia il personale e semina panico tra chi sta lavorando o semplicemente bevendo qualcosa.
Guardando quei video sale solo un rigurgito di indignazione. Per quelli che si sentono “uomini” solo perché sono in gruppo, perché picchiano, spaccano, umiliano chi è più debole. Non portano le donne alle feste in piazza: portano la voglia di menare le mani, di mettere i piedi in testa agli altri, di farsi vedere “forti” mentre la città diventa scenografia della loro violenza.
Chi lancia petardi ad altezza d’uomo, chi assalta un’ambulanza, chi tira fuori coltelli in mezzo alla folla, chi devasta i locali non è un “ragazzo problematico”: è un delinquente che sceglie cosa fare, minuto per minuto. Cercare alibi sociologici per questa gente significa sputare in faccia alle vittime e a quella maggioranza – italiana e straniera – che rispetta le regole, lavora, paga le tasse, festeggia senza far male a nessuno.
L’integrazione è un patto reciproco, non un automatismo imposto per legge: presuppone la volontà di rispettare regole, limiti, persone e luoghi del luogo che ospita. Quando qualcuno sceglie la violenza, il coltello, il pestaggio o l’azione di gruppo per occupare piazze e strade come fossero territorio da conquistare, quel patto risulta già compromesso. In questi casi non si tratta di dialogo, ma della necessità di tutelare la sicurezza e i diritti di tutti.
Indignato, sì. E anche stanco di vedere che, finché questi gruppi si sentiranno impuniti, lo Stato arretrerà e la gente perbene continuerà a chiudersi in casa nelle notti di festa o a girare in piazze militarizzate. O si ha il coraggio di dirlo chiaramente – con chi sceglie la violenza non c’è integrazione possibile – oppure smettiamo una volta per tutte di parlare di “città inclusive” e ammettiamo che abbiamo abbandonato le piazze e la vito sociale delle nostre città ai peggiori.
