di Gianni Bonini
Caro Direttore, mi chiedi un commento sull’affaire del Cubo Nero ed io butto giù di getto alcune considerazioni.
Onore a quanti stanno cercando di fare chiarezza amministrativa adempiendo al mandato degli elettori. Se si crede nella democrazia, questo è il compito degli eletti. La Politica è l’arte del possibile e la vita reale è la “feccia di Romolo”, ci sovviene Giambattista Vico, non a caso un grande napoletano. I filosofi hanno fatto troppi danni.
Quello di cui parlano i media locali viene da lontano, è la punta dell’iceberg di una questione urbanistica che muove dal Piano Detti, ancora prima dalla città di Pavolini, e che ha visto nell’ultimo quarto di secolo il trionfo della rendita immobiliare. Apparente perché molti indizi fanno pensare che l’affermazione della Disneyland rinascimentale, da me insieme a molti altri temuta già all’alba degli anni ottanta – sono l’unico a ricordare la kermesse “Firenze che cambia”? – ma appoggiata dai rentiers, abbia ceduto il passo ad una asiatizzazione del tessuto urbano senza però la morale confuciana.
Le responsabilità politiche sono molteplici, la prima è dei fiorentini. Se si crede nella democrazia. Sono stati loro a liquidare sommariamente la Giunta 1990-95 di Giorgio Morales. Morales fu un ottimo sindaco, senza svolazzi, gestì una buona squadra di amministratori pilotando la nave nel bel mezzo della tempesta giustizialista e dell’attentato ai Georgofili. In continuità con le precedenti esperienze amministrative, senza forzature green e sermoni sulla “cura del ferro” che ci ha regalato la tranvia.
Un ceto politico colto legato alle migliori tradizioni fiorentine, faccio il nome di Giovanni Pallanti, può ancora frenare la rendita. Spazzato via.
La Fiat-Fondiaria fu un falso problema e forse liberò momentaneamente la città da un’ipoteca pesante. Purtroppo, non dalla spostamento a ovest del complesso universitario, con buona pace di Léon Krier, giudiziario e finanziario, soluzione che ha accelerato il deserto di funzioni su cui è cresciuto il mangificio.
Il Sessantotto aveva lanciato un grido d’allarme sullo spopolamento del centro storico. Furono censiti migliaia di appartamenti non occupati a seguito dell’alluvione e la progettazione urbana partecipata alla Casella di Luigi Bicocchi, documentata splendidamente da Daria Frezza e Giorgio Pizziolo, stava dentro la valorizzazione della città di Masaccio, immune dalle discriminazioni tra classe sociale, genere e discorso, per citare un saggio di Federico Zeri sulla Storia d’Italia (Einaudi). Sulla stessa comparve un originale lavoro di Franco Camarlinghi che è servito di base al libro di Florence Press, Shock, l’ultimo tentativo di dibattito su Firenze.
Consiglierei a Roberto Budini Gattai, che è persona seria, di riprenderlo in mano.
La risposta del decentramento amministrativo e culturale, benché parziale, andò a braccetto con l’esaltazione centripeta di Firenze capitale mondiale della cultura che negli anni ’80, risplendente di teatri e di innovazione, conobbe la sua ultima stagione dorata.
Insomma, c’era un progetto di città che faceva perno sulla classe media ed in questa visione, non sempre lucida, Firenze deteneva la maggioranza nelle aziende di servizi partecipate. Succedeva nella Fiorentinagas, l’altra metà era di Eni, che metanizzò la provincia e conquistò la leadership industriale del settore in Toscana.
L’abbandono di questa postura ha determinato la perdita di una visione storica. Non chiacchiere, la realtà dei rapporti di forza e della conseguente formazione della sua classe dirigente.
Ecco, allora, che è subentrata una forma di appalto burocratico della pianificazione del territorio, favorita dalla separazione dei poteri fra indirizzo ed esecuzione, invece di esaltare al contrario il primato della Politica.
Inevitabile che questo vuoto politico e questo pieno burocratico abbia lasciato spazio ad una Finanza che negli ultimi trentacinque anni ha messo il turbo ed ha fatto delle privatizzazioni il motore della globalizzazione.
I cubi neri li trovate in tutte le metropoli, da Londra a Shangai, e per dirla tutta le ristrutturazioni urbanistiche del XXI secolo non mi convincono proprio a partire da quella intoccabile di Berlino.
Non mi interessano le colpe, se ci sono, nell’area dell’ex teatro comunale, quanto la genesi di questa deriva della polis. Sennò assisteremo impotenti alla consueta pantomima.
Non ne siete stufi?
