Di Vincenzo Freni
La scuola di via Faenza chiudeva i battenti per tre mesi e davanti a noi si spalancava una libertà che sembrava non avere confini. Le giornate erano tutte nostre, dall’alba fino a notte fonda. Non c’erano campi estivi, corsi organizzati, adulti che ci tenevano d’occhio. C’era solo il centro del centro città, un grande, meraviglioso cortile dove noi bambini eravamo i padroni di casa. In quel periodo abitavo in Piazza Madonna, al numero 1, all’angolo con via dell’Amorino, una strada allora famosissima, e frequentatissima, per i suoi tre casini, “case chiuse” dicevano ma in realtà sempre aperte.
Noi bambini uscivamo presto, per goderci il fresco del mattino. Anche le prostitute uscivano di buon’ora, dirette al vicino Mercato Centrale per fare la spesa. Quando ci incontravano ci regalavano sorrisi e carezze sulla testa. Chissà, forse gli ricordavamo i fratellini delle famiglie lontane, lasciate in qualche paese del contado. Non c’era una netta separazione tra il loro mestiere e quello dei tanti artigiani e commercianti della zona. Nessuno avrebbe mai pensato di offenderle. Erano ragazze venute dalla campagna, e tutti sapevano che sarebbero rimaste solo quindici giorni, la quindicina, poi venivano spostate, letteralmente spedite, in altre zone d’Italia, proprio per impedire che mettessero radici nel quartiere e magari abbandonassero la professione. La loro attività era regolata dallo Stato: le prestazioni si contavano in “marchette”, piccoli francobolli che registravano i servizi effettuati, con tanto di calmiere esposto sul muro. Non era raro che qualcuna si legasse a un cliente e finisse per sposarlo. Per quanto ne so, tutte quelle storie andarono a buon fine, famiglie solide, figli meravigliosi. Naturalmente questo era un dispiacere per le maitresse che gestivano il casino, invitavano i clienti alla scelta della compagna per una sveltina e gestivano la contabilità: “Prego signori, guardate pure… scegliete con calma”, “Su, non fate aspettare le ragazze”, “Chi ha scelto può salire”. Le ricordo passeggiare nel mercato omaggiate da tutti, cariche di gioielli, pellicce e vestiti vistosi, acconciature perfette come a voler giustificare la loro professione con il ritorno economico. Ma quelle ragazze, costrette alla prostituzione nel dopoguerra, ci accarezzavano la testa forse per restare aggrappate, anche solo un istante, alla vita normale che avevano lasciato fuori dalla porta.
Da Piazza Madonna ci si spostava poi in Piazza San Lorenzo, dove c’era il gruppo dei “San Lorenzini”. Lì si giocava a calcio sul sagrato della Basilica, si faceva la pipì nell’angolo della chiesa che presenta tutt’oggi una cavità che sembrava perfetta per coprirsi nel momento dell’intimità, e poi si partiva per nuove avventure. Si passava dal gioco di “mammatroia” (pensa, un antico gioco rinascimentale con quel nome) alla tavoletta con i cuscinetti a sfera, una specie di monopattino artigianale costruito con quello che si trovava. E poi c’erano i sempre “gavidi” tappini. Ognuno aveva il suo tappo delle bibite preso dal banco delle gazose appoggiato al monumento di Giovanni delle Bande Nera, ben lucidato sul fondo e riempito di cera per renderlo più pesante, e una pallina di terracotta per correre nelle piste disegnate sul sagrato o sui mucchietti di rena lasciati dai muratori, piste che erano vere e proprie opere d’ingegneria infantile. La fontanina del Giovanni delle Bande Nere (oggi chiusa) era il caricatore perpetuo per le nostre pistole a schizzo e la guerra condotta tra i barrocci. E a proposito di cortile dove noi bimbi giocavamo, ricordo le sassaiole nel chiostro di San Lorenzo con i’ Prota, il responsabile del chiostro, che ci rincorreva con “ragazzacci andate da un’altra parte a fare chiasso”. Il chiostro era pieno di piccoli sassi e quindi perfetto per questo gioco. Si formavano due squadre, ci si riempiva le tasche e le mani di sassi e poi, nascosti dietro le siepi, ci si tirava addosso le nostre munizioni. Quella era la sassaiola. Quando i sassi finivano e qualcuno riportava qualche escoriazione in più, la battaglia terminava e si andava a cercare un altro gioco, tutti insieme.

E i giochi non mancavano. Si andava dai negozianti della piazza che vendevano gli scampoli di stoffa, avvolti in quelle strutture che noi chiamavamo “scalette” per la loro forma. Le smontavamo e con i listelli di legno costruivamo meravigliose spade con cui combattere. Se poi qualcuno aveva un po’ di fame bastava andare alle friggitorie del mercato e farsi un bel roventino. Era una frittellona di sangue di maiale cagliato con farina e tanto parmigiano, infilata dentro un panino dal nome poetico e un po’ malizioso, la passerina. C’era poi un giorno speciale. La notte di San Lorenzo. La pizzeria Nuti offriva a tutto il quartiere, in piazza San Lorenzo, lasagne, tortellini al ragù e cocomero a volontà. La piazza si trasformava in una tavolata immensa dove si mangiava tutti insieme. Babbo Camillo (mandolinista della mitica Pippolese) con mamma Jolanda garantiva la colonna sonora che spaziava dalle canzoni napoletane alle stornellate fiorentine. La vita di quartiere esisteva davvero. La piazza era sempre piena, giorno e notte. I barrocciai riempivano il bordo di tutta la piazza e insieme ai negozi posti sotto il livello stradale, le buche, vendevano oggetti e abbigliamento destinati gli abitanti del quartiere, altro che turisti.
E tra i ricordi più strani penso ancora alle piattole che uscivano da sotto i gradoni della piazza. Noi le catturavamo con i tappini delle gazzose e poi le schiacciavamo. Che schifo! Anche quella, in fondo, era una delle tante piccole guerre della nostra infanzia. Quando i giochi non bastavano più, arrivava l’avventura. Molti di noi, io per primo, ci attaccavamo dietro al tram. Il retro del tram, con i suoi appigli di ferro, sembrava fatto apposta per trasportare gratis i bambini da una parte all’altra della città. Non avevamo bisogno di andare da nessuna parte. Era solo il gusto di fare qualcosa di proibito. Alle fermate il controllore ci intimava di scendere. Passava un minuto e noi eravamo di nuovo aggrappati dietro. Quando non passavano i tram ci sedevamo sulla barra tra le molle di legno delle carrozze trainate dai cavalli. I fiaccherai si arrabbiavano, soprattutto se avevano clienti a bordo, e con la frusta frustavano l’aria all’indietro per farci scendere. Ma proprio questo rendeva l’avventura ancora più avventurosa, e quindi ci attirava come un magnete.

Se non faceva troppo caldo e riuscivamo a resistere alle chiamate delle nostre mamme, allora si andava in guerra contro i mercatini. Loro erano più numerosi di noi e avevano munizioni migliori, pomodori e frutta ammaccata rimasta invenduta. Ancora oggi ci incontriamo per cenare insieme e, chi ha avuto fortuna di avere un’attività economicamente profittevole, paga per tutti. Ritorniamo alla guerra. Bisognava quindi riorganizzare l’esercito dei Sanlorenzini. Il mio primo riferimento era Andrea, che abitava in via della Stufa. Via della Stufa di nome e di fatto, perché nelle case di allora il riscaldamento era proprio la stufa a legna o la cucina economica, oggi rivalutata per la sua efficienza. Verso tarda mattinata, con le ginocchia sanguinanti e le scorticature un po’ ovunque, si rientrava a casa per sorbirsi i soliti rimbrotti. Rimbrotti che evidentemente non bastavano a frenare la nostra voglia di giocare. Una spugnata d’acqua sulle ginocchia per lavare il sangue delle escoriazioni e poi via di nuovo, spesso con il boccone ancora in bocca.
E poi la sera, fino a tardi, tutti in Piazza Santa Maria Novella. Si continuava a giocare, a nascondersi tra le siepi. Le panchine erano piene di genitori a frescheggiare che osservavano i loro figli, uno sguardo benevolo, senza ansia, il quartiere e gli abitanti stessi erano una protezione sufficiente. Noi, un po’ più grandicelli ma sempre con i calzoni corti, stavamo già pensando alla prossima impresa. Prepararci per la festa della Festa della Rificolona, appuntamento immancabile. Armati di pirulini fatti con la carta oleata, pronti a colpire la candela dentro le luminarie e vederle spegnersi o bruciare. E la festa del Grillo alle Cascine, dove si comprava il grillo nella gabbietta di legno colorato, da portare a casa come un trofeo vivo “mi raccomando sceglilo bene, stanotte deve cantare”. Erano quelli i nostri calendari. Non avevamo bisogno di altro per sapere a che punto eravamo nell’anno. Questa fu la nostra estate, indimenticabile.
Immagini: Il gioco di mammatroia è un’immagine AI creata da una vera foto di Foto Fiorenza

