Alla luce dell’intervento degli Stati Uniti in Venezuela e del dibattito che ne segue, La Firenze che vorrei propone tradotto in italiano un paper sulla dottrina Trump-Monroe a cura di Luca Lanzalone e Lorenzo Somigli (nostro direttore)
Introduzione
La maggior parte dei commentatori si è limitata fino ad oggi alle critiche di Trump all’Unione Europea contenute nella National Security Strategy del novembre 2025 (NSS). In verità, questo manifesto del Trump II è un messaggio non contro l’Europa in sé, riconosciuta quale fonte della civilizzazione comune, ma contro gli attuali indirizzi della politica europea, che il Presidente americano si prefigge di “correggere”. Un’Europa così debole, deindustrializzata, insicura – emerge dal testo della NSS – un’Europa senza più radici e senza “fiducia in sé stessa” rappresenta un problema non solo per i popoli europei ma anche, in prospettiva, per gli Stati Uniti. Senza esercito, senza più sistema industriale, con un mercato finanziario ristretto e poco competitivo, in preda ai “disvalori” woke ma anche incapace di agire con tempestività, di definire obiettivi strategici comuni e sempre più dipendente dalle forniture estere, sovente di provenienza orientale, un trend cresciuto pericolosamente dal 2022, la UE rischia di essere il “ventre molle” della NATO.
In modo inequivocabile gli States si pongono il problema di come mantenere un primato mondiale che rischiava di essere compromesso “dopo quattro anni di debolezza ed estremismo”. Nella NSS, Trump mette al centro due fattori: quello militare, destinatario di un copioso stanziamento, i cui capisaldi diventano il deterrente nucleare e l’evoluzione tecnologica (anche in ambito spaziale), e quello economico, dell’industria, protetta grazie ai dazi, perché deve essere in grado di “soddisfare la domanda di produzione sia in tempo di pace che in tempo di guerra” e della finanza statunitense, in grado ormai di condizionare, quando non controllare, le economie di qualsiasi Paese e come tale chiamata a sostenere l’azione del Governo Statunitense “to Make America Great Again”.
Allo stesso tempo, questo documento identifica alcuni scenari di preminente interesse per gli Stati Uniti: prima di tutto, la ricostituzione di una sfera di interesse esclusivo estesa dal Canada all’Argentina (il “corollario di Trump alla dottrina Monroe”), cioè la formazione di un blocco politico-economico a guida statunitense fortemente integrato e, in caso di crisi globale, potenzialmente autonomo; la prosecuzione nel solco dello “spirito di Anchorage” del tentativo di attrarre la Russia per impedire la saldatura dell’Heartland, da sempre incubo di tutti gli strateghi anglosassoni (da Mackinder a Spykman passando per l’ammiraglio statunitense Alfred T. Mahan e Homer Lea); infine, il rilancio dell’Europa anche attraverso una sua riconfigurazione che, necessariamente, deve tener conto del particolare sviluppo storico.
Nel far questo la NSS riconosce l’evoluzione verso un mondo se non multipolare almeno tri-polare, composto da tre vertici, quello americano, quello cinese, quello russo; l’Europa è vista sempre e comunque come un’appendice USA. Stante la crisi degli organismi internazionali, o meglio di quei corpi intermedi costituiti di matrice prevalentemente burocratica, da buon realpolitiker, Trump cerca di costruire nuove basi per il confronto pacifico tra i blocchi direttamente con i rappresentanti istituzionali dei singoli Stati che li compongono, impedendo una degenerazione su larga scala dei conflitti. “L’America – rivendica il 47° Presidente – è di nuovo forte e rispettata e perciò stiamo facendo la pace in tutto il mondo”.
Alla luce di ciò, attraverso questa analisi, si intende fornire una lettura originale seppur volutamente non troppo dettagliata della NSS di Donald Trump, cercando di cogliere i punti nodali e i salti qualitativi rispetto ai documenti analoghi dei predecessori.
Cos’è la NSS e perché è così rilevante
La National Security Strategy (NSS) degli USA è il condensato degli obiettivi di ogni presidenza statunitense.
Ne viene pubblicata una ogni mandato presidenziale ed è la bussola ideale dell’amministrazione con un duplice obiettivo: strategico-politico interno, per permettere all’Esecutivo di definire, in modo unitario e coerente, la visione strategica di lungo termine relativa alla sicurezza nazionale e di coordinare le differenti componenti (difesa, diplomazia, economia, intelligence, etc.), e comunicativo esterno, verso il pubblico, gli alleati o i governi terzi, oltre che verso l’opinione pubblica nazionale interessata a capire le priorità della politica estera e di sicurezza. Per quanto priva di un’efficacia concreta, non essendo concepita come un documento tecnico-operazionale, ma come un quadro generale d’intenti di contenuto volutamente astratto, a differenza della National Military Strategy (NMS) o la National Defense Strategy (NDS), la NSS merita – soprattutto oggi – un’analisi approfondita.
Si è di fronte a una presidenza proattiva, che non si limita a seguire il corso degli eventi ma intende incidervi affinché gli Stati Uniti non perdano il loro primato globale ma restino la nazione più “sicura, ricca e libera” al mondo. Questo documento-manifesto assume infatti particolare rilevanza alla luce dell’attuale momento di passaggio: dalla Casa Bianca si osserva da un lato il Vecchio Mondo in preda ad una crisi strutturale, istituzionale, industriale, culturale e morale, e distrutto dal conflitto russo-ucraino, dall’altro il Nuovo Mondo – la potenza asiatica che si avvicina al suo zenit – che costituisce un competitor. Si definisce la postura da assumere, si concatenano le azioni da fare, si rilanciano i valori americani e l’American Way of Life.
È la summa di una visione certamente trumpiana ma condivisa dallo stato profondo, un establishment non solo di matrice Repubblicana, ma anche di tendenza Democratica, perché i paesi forti ragionano in termini di interesse nazionale, che sembra adesso essere allineato alla terapia d’urto di Trump. L’America deve tornare forte, deve tornare in salute, la sua classe media pauperizzata deve tornare ad avere fiducia, gli alleati devono smetterla di affidarsi in toto a lei sì ma devono anche rispettarla.
Per far questo, come in una strategia aziendale, bisogna identificare gli interessi nazionali permanenti, gli scenari ove farli risaltare, le potenziali minacce e gli alleati. Dalle “liste di desideri” che hanno popolato i documenti delle élites USA dalla fine della Guerra Fredda si passa a una chiarificazione delle priorità. L’America non può essere onnipresente, né può intervenire ovunque: ci sono scenari prioritari, altri secondari; in alcuni casi ritenuti gravi e lesivi può essere costretta a intervenire direttamente (Trump menziona la cancellazione del programma nucleare iraniano, certamente un’azione che ha dimostrato al mondo non solo la capacità militare operativa, ma anche la supremazia tecnologica e l’abilità diplomatica degli USA), in altri, forte del suo ruolo di pivot militare e tecnologico globale, deve “limitarsi” a giocare come mediatore, ricorrendo però, come si legge, alla “diplomazia non convenzionale”, alla “potenza militare” e alla “leva economica americana”.
Una svolta nel rapporto con l’Europa
L’America guarda, preoccupata, all’Europa, colpita dal declino economico e dal contestuale declino della sua civiltà. Le società, è noto, cedono per cause interne e il crollo del Vecchio Continente, puntualmente documentato e denunciato non solo da Trump e da Musk, ma da storici, politologi, economisti ed Istituzioni internazionali anche lontani da ciò che viene oggi definito “trumpismo”, è visto come un fattore di rischio anche per l’altra sponda dell’Atlantico.
Per la prima volta dopo oltre un decennio, l’Europa – di cui non si faceva pressoché menzione alcuna nelle NSS die mandati presidenziali di Obama e di Biden, focalizzate sull’orizzonte del Pacifico – ha un peso rilevante nell’agenda strategica degli Stati Uniti che si prefiggono di rilanciare la “grandezza europea”, affinché nessun’altra potenza possa ergersi a dominatrice dell’Europa. Si riconosce il ruolo dell’Europa come motore della civilizzazione, segnatamente si riconosce la vicinanza con Irlanda e Gran Bretagna, in ragione della Special Relationship; allo stesso tempo si fatica a comprendere l’attuale Stato-non Stato europeo, dove all’ipertrofia normativa e regolatoria si lega la fragilità e la frammentazione.
Né Obama, né Biden-Harris avevano riservato uno spazio analogo al Vecchio Continente, salvo insistere sull’aumento dei fondi destinati alla difesa, come previsto nei trattati (il 5% del Pil che Trump per primo ha fatto adottare). Obama aveva spostato il focus strategico tutto sull’Asia, in linea con la spiccata attenzione al Pacifico “aperto e sicuro” di Biden; anche la prima amministrazione Trump aveva destinato al dossier europeo uno spazio residuale.
L’Unione Europea, che non perde occasione di attaccare il Presidente USA e la sua Amministrazione, ha perso la bussola sui valori occidentali, rischiando di essere, secondo Trump, “irriconoscibile tra 20 anni o meno”. “Vogliamo che l’Europa – si legge – rimanga europea, riacquisti la sua autostima e abbandoni la sua fallimentare attenzione al soffocamento normativo”.
Last but not least, Trump intende favorire una riconciliazione tra Russia ed Europa (tentata, su iniziativa dell’Italia, sin dai tempi del vertice di Pratica di Mare, miopicamente osteggiata da altri attori, timorosi di perdere la loro influenza dominante sull’Unione Europea), poiché la guerra ha fatto perdere vantaggi competitivi al Vecchio Continente e ha aumentato la sua dipendenza dalle importazioni. “La gestione delle relazioni europee con la Russia richiederà – si legge nel documento – un significativo impegno diplomatico da parte degli Stati Uniti, sia per ristabilire le condizioni di stabilità strategica nell’intero continente eurasiatico, sia per mitigare il rischio di conflitto tra la Russia e gli Stati europei”.
Al tempo stesso, la NSS registra il sentiment degli europei e la difformità, se non lo scollamento, tra i desiderata e le azioni di Bruxelles: “Un’ampia maggioranza europea desidera la pace, ma questo desiderio non si traduce in politica, in larga misura a causa del sovvertimento dei processi democratici da parte di questi governi. Questo è strategicamente importante per gli Stati Uniti proprio perché gli stati europei non possono riformarsi se sono intrappolati in una crisi politica”. C’è un problema di democrazia in Europa, non in termini di rischio che si riproducano modelli assolutistici, ma di evidente assenza di rappresentatività delle Istituzioni Europee, sempre più autoreferenziali, e ciò sta danneggiando anche gli interessi americani che necessitano, come si legge proprio nella NSS, di un interlocutore autorevole ed efficace.
In chiusura, è opportuno notare come la NSS citi la Germania, cuore geografico e produttivo del Continente, e, tra i paesi NATO, la Turchia limitatamente al complicato dossier siriano.
Il ruolo chiave della Russia
La Russia torna a essere un interlocutore per gli Stati Uniti, che al contempo manifestano una sempre maggiore insofferenza per l’attuale leadership ucraina. Merita tener presente la particolare vicinanza tra Trump e Mosca e l’affinità con Putin del tycoon, che vanta entrature di altissimo livello con la nomenclatura sovietica e post-sovietica. Negli anni ‘80, è proprio Trump ad accompagnare Gorbaciov a New York, soggiorno durante il quale questi entra in contatto con l’alta società e la finanza.
In vari passaggi della storia, inoltre, Russia e Stati Uniti hanno trovato punti di convergenza. Andando agli albori, Caterina II dette un supporto indiretto agli insorti delle colonie; il figlio Alessandro I instaurò relazioni formali con gli Usa sotto Thomas Jefferson e prima ancora era stato inviato Levett Harris (1780-1839) come console a San Pietroburgo.
Negli anni ‘30 del Secolo Breve la poderosa industrializzazione sovietica si sorresse sulle copiose forniture americane: macchinari agricoli, fertilizzanti, macchine industriali, capitali ma anche competenze tecniche in gran quantità. Grazie al piano quinquennale di Stalin sorsero i kombinat – grandi complessi industriali a ciclo integrato – di Magnitogorsk e Kuznetsk per la siderurgia, Karaganda e Kuzbass per il carbone, senza dimenticare le fabbriche di trattori a Stalingrado e Celjabinsk e di auto a Mosca e Gorkji; le fabbriche russe lavoravano a un livello pari a quello americano, raggiungendo quasi un’analoga standardizzazione. “Ho trascorso una settimana a Sverdlovsk – scrive eloquentemente John Scott nel suo Behind the Urals: An American Worker in Russia’s City of Steel pubblicato nel 1942 – “Alcuni ingegneri mi hanno portato a visitare l’Ural Heavy Machine Building Works. Un edificio lungo quattrocento metri era pieno dei migliori macchinari americani, britannici e tedeschi. Era meglio attrezzato di qualsiasi singola officina della General Electric Works di Schenectady”.
Ancora: la straordinaria diga di Dneprostroi sul Dnipro fu progettata dall’ingegnere e colonnello americano Hugh Lincoln Cooper, mentre la fabbrica di locomotive di Lugansk – una delle più grandi nell’Europa di allora – trasse ispirazione dalla Baldwin Locomotive Works. Di pari passo, lo scongelamento delle relazioni, culminato nel 1933, è indispensabile alla vittoria finale nella WWII. Illuminante e perfino predittivo sulla compenetrazione tra capitalismo e sistemi comunisti, il libro Vodka Cola (1977), con il quale il sindacalista Charles Levinson mette in luce la fitta trama di affari tra i due blocchi “contrapposti”.
Nella strategia di Trump, la Russia è il tassello-chiave per completare una sorta di ellisse in grado di contenere Pechino (o di indirizzare il suo dinamismo in modo che non confligga o non confligga subito con gli interessi americani), impedendo la formazione di un blocco autonomo e integrato imperniato sul drago Cinese e supportato dalla tigre Indiana e dall’orso Russo. Una strategia destinata a completarsi con la ritrovata attenzione al subcontinente indiano: l’India, come ai tempi del “Grande gioco” torna il trampolino delle potenze anglosassoni verso l’Asia e riveste un ruolo centrale nel sistema difensivo contro Pechino, mentre il Pakistan, al tempo della Guerra Fredda vicino agli angloamericani, è diventato un alleato indispensabile della Cina. In sostanza, Trump punta a favorire il revisionismo della Russia nell’ottica di cooptarla in una coalizione anti-cinese.
Il Presidente nota anche la necessità di ripristinare un rapporto tra la Russia e la stessa Europa, nell’ottica di prevenire una guerra di più ampia scala secondo la regola del “peace through strength” (non “force”, come fatto osservare da Washington), in linea con il messaggio lanciato dal vicepresidente J.D. Vance alla Conferenza di Monaco.
Il Medio Oriente: nel solco degli Accordi di Abramo
Il Medio Oriente è oggetto di un’analisi specifica che comprende il ruolo centrale degli Accordi di Abramo nella strategia attuale e futura americana, e, anche attraverso le parole del rabbino Elie Abadie, nella NSS si esclude l’idea di una nuova stagione di guerre.
Gli equilibri della regione vogliono essere gestiti “from behind” da Washington. Ma tutto senza che altri attori (Cina, Iran o Russia) possano avere ruolo egemonico o anche solo predominante nella regione.
Il corollario di Trump alla dottrina Monroe
Si parla proprio in questi termini: corollario di Trump alla dottrina Monroe in una prospettiva di centralità assoluta attribuita al “Western Hemisphere”. In linea con il pensiero di Monroe, il quale afferma il primato statunitense (2 dicembre 1823) proprio dopo la vittoria della Restaurazione sul continente europeo (segnatamente la vittoria di Trocadero e la conquista di Cadice sull’Atlantico nell’agosto del 1823), che poteva portare gli europei di nuovo nelle Americhe, l’isola-America torna a ragionare e agire come Panamerica, estesa dal Canada all’Argentina, un polmone economico e commerciale secondo il principio per il quale il destino dell’emisfero occidentale deve restare sotto controllo diretto degli Stati Uniti, senza interferenze di potenze extra-regionali, perché lo spazio lasciato in questa regione a competitor non emisferici è stato “un altro dei più gravi errori strategici americani degli ultimi decenni”.
Conclusioni
Si è di fronte a un documento pregno di significato, formalizzato alla luce degli sconvolgimenti globali ma anche a seguito delle azioni portate a termine nei primi nove mesi di amministrazione. Un testo che mette nero su bianco le ragioni della crisi del modello americano dal punto di vista economico e morale, ma che intende dettare un’agenda concreta e puntuale per preservare il primato mondiale degli Stati Uniti.
Perché è questo il principio trasversale che la NSS sancisce. Principio che passa anche attraverso la convinzione che la supremazia tecnologica (in campo militare ma anche, e forse soprattutto, in campo civile), unitamente a quella economico-finanziaria sia chiave del primato globale.
Mandando in archivio il ciclo storico del “globalismo” e del “libero scambio”, ristabilendo il principio del “pieno controllo dei confini”, Trump si conferma un presidente rivoluzionario perché tira una riga rispetto alla politica degli ultimi trent’anni, a suo dire all’origine del declino americano. Al tempo stesso anche conservatore poiché si muove nelle linee classiche e consolidate della geopolitica angloamericana, dalla sfera esclusiva panamericana protetta da ingerenze esterne e al sicuro da traffici illegali alla protezione degli interessi economici marittimi nell’Atlantico e soprattutto nel Pacifico.
L’America si torna a considerare un’isola avvantaggiata da “una posizione geografica invidiabile con abbondanti risorse naturali, nessuna potenza rivale fisicamente dominante nel nostro emisfero, confini senza rischio di invasioni militari e altre grandi potenze separate da vasti oceani”, ma rilancia la sua rete di alleanze globali e il suo soft power, ai prefigge un programma articolato di crescita industriale e mette sotto la sua tutela la civilizzazione europea e i suoi valori, tra i quali anche il cristianesimo, alla luce anche di un Papa nativo degli States come Leone XIV.
Al netto delle critiche, comunque motivate, i Paesi Europei dovrebbero cogliere l’occasione per ammodernare il proprio sistema industriale e produttivo con i capitali, il know-how, la tecnologia e l’intelligence nordamericane in un’ottica mutualmente proficua e collaborativa.
Gli autori
Luca Lanzalone: avvocato e fondatore dello Studio Lanzalone Costantini & Partners, membro di organi di amministrazione di società in Italia e nel mondo operanti nel settore dell’energia e delle infrastrutture; ha insegnato all’Università ed è autore di varie pubblicazioni.
Lorenzo Somigli: giornalista, è responsabile relazioni esterne di società italiane attive nel mondo, soprattutto nel settore delle materie prime.
