“Una morte annunciata: la città ridotta a campo minato, mentre Palazzo Vecchio celebra i numeri della sicurezza stradale”

Polizia municipale in servizio. Fotocronache Germogli

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La morte del ciclista Ceccarelli è la drammatica punta dell’iceberg delle pericolosissime condizioni in cui è stata ridotta Firenze, la cui amministrazione tace sulle (tante) cause in corso

 

Giusto due giorni fa, a margine della presentazione del libro sulla nascita della legge sull’omicidio stradale, la sindaca Sara Funaro celebrava sé stessa, la sua giunta e il suo predecessore per la presunta riduzione degli incidenti in città. Numeri alla mano: da 3.686 sinistri nel 2023 a 3.085 nel 2025. Morti quasi dimezzati, da 15 a 8. Un quadro rassicurante, raccontato con orgoglio.  Peccato che la realtà, come spesso accade, sia molto meno presentabile delle statistiche.

Sabato scorso, un video di Giovanni Galli, diventato virale, mostrava senza filtri la quotidianità di chi si muove in bici a Firenze: una gimkana surreale tra cantieri, barriere, buche e percorsi improvvisati. Non un caso isolato, ma la normalità. Il risultato dello sventramento della città causato dai lavori della tramvia, che sta devastando la circonvallazione ottocentesca, cancellando di fatto anche le ciclabili, nel silenzio assordante delle associazioni delle due ruote sempre pronte a far sentire la propria voce, salvo in campagna elettorale.

Poi, l’altro ieri, la tragedia. All’incrocio tra viale Gramsci e via Leopardi, Alfredo Ceccarelli, 78 anni, cade dalla bici – forse perché scivola dal pedale – e viene travolto da un mezzo pesante. Muore poco dopo e mentre ancora si contano i minuti, Palazzo Vecchio si affretta a chiarire che quel mezzo “non era dei lavori della tramvia”. Una puntualizzazione tanto rapida quanto, inevitabilmente, sospetta, dato che sono troppi quelli che entrano, escono spesso azzardatamente e anche a marcia indietro ad ogni ora del giorno e della sera dai cantieri. Perché il punto non è di chi fosse quel mezzo. Il punto è come è ridotta la città.

Una città dove muoversi è diventato un rischio quotidiano. Dove i cantieri si moltiplicano senza coordinamento, dove la viabilità è un labirinto pericoloso, dove persino i mezzi di soccorso restano intrappolati nel traffico per troppi minuti che fanno la differenza fra la vita e la morte. E mentre si rivendicano i numeri in conferenza stampa, non si dice quante richieste di risarcimento arrivano ogni giorno per cadute, incidenti, danni causati da lavori fatti male o non finiti. Soldi pubblici. Soldi dei cittadini.

Percorrere i viali di Firenze oggi è un azzardo. Farlo in bicicletta o in scooter è un atto di coraggio. Su una circonvallazione già inadatta al traffico moderno, si è deciso, con ostinazione ideologica, di innestare un sistema costoso e invasivo: 60 milioni a chilometro per un’infrastruttura che collegherà piazza della Libertà a Bagno a Ripoli in tempi che, paradossalmente, restano più lunghi di quelli di un’auto privata nel traffico. Nel frattempo, la città è diventata un campo minato.

Cantieri lasciati aperti, barriere instabili, asfalto sconnesso, dislivelli improvvisi, buche ovunque. Le vecchie protezioni spartitraffico rimosse hanno lasciato voragini che si aprono all’improvviso davanti a chi pedala. Basta un attimo, una ruota che slitta, e si finisce a terra. E allora sì, suonano vuoti – e francamente intollerabili – i cordogli di circostanza arrivati dopo la morte di Alfredo Ceccarelli.

Un uomo di 78 anni, un professionista conosciuto, un appassionato di bicicletta. Una persona che, fino all’ultimo, pensava alla sua vita quotidiana, ai suoi impegni, persino al voto imminente. e che scriveva sui social di essere “una persona perbene anticomunista che a quasi 80 anni non ha mai avuto macchie sul casellario giudiziario svolgendo attività di commercialista per oltre 50 anni. Domenica prossima andrò a votare convinto SI SI SI in barba al signor Gratteri e alle sue assurde convinzioni”.

Non potrà più farlo. Perché a Firenze oggi si può morire anche così: semplicemente andando in bicicletta.