Di Francesca Marrazza
Ci sono nottate che uno non dimentica… ieri sera, poi mattina, sarà una di queste…mi sono svegliata con un dolore al petto e mi sono impaurita, la guardia medica mi consiglia di andare al pronto soccorso. Vado.
Alle 2 del mattino di un sabato qualunque, un sabato fiorentino, varco le porte di una dimensione parallela fatta di professionalità e cortesia da un lato, e vite totalmente allo sbando dall’altro.
Tutti giovani, droga, alcol, risse, accanto a loro volontari delle ambulanze che accompagnano – amorevolmente – queste vittime di un divertimento e di una violenza banale, che non era conosciuta fino a pochi anni fa, ma che sembra non fare più notizia. E mentre giovani medici ed infermieri, giovani anche loro ma di altra pasta, si prodigano a fare il loro lavoro mantenendo il sorriso, all’accettazione del pronto soccorso arriva di tutto. In realtà già all’ingresso, nella piazza, sotto i portici, si capisce che qualcosa non funziona come dovrebbe… bivacchi, giacigli di fortuna, ospitano poveri Cristi che vivono senza luogo; all’interno una teoria ininterrotta di accessi di giovani in stato comatoso, esuberanti o sanguinanti…giovani che trovano rifugio all’interno del pronto soccorso dove giovani, troppo forse, ragazze li accolgono e ci parlano per ore nel tentativo di cercare un contatto “umano” con chi si è perso, sono le operatrici di strada che aspettano la strada in ospedale.
In poche ore ho assistito ad uno spettacolo che, ad essere cinici, poteva richiedere anche pop corn e bibita, ma che invece sapeva di amaro e di paura.
Sì, perché quando sei lì, seduto, non stai bene – se no saresti nel tuo letto – ogni spalancarsi di porta, ogni soggetto alterato ti desta preoccupazione per la tua incolumità, ti domandi cosa potrebbe succedere ma soprattutto non puoi non domandarti come gli operatori possano lavorare tranquilli e concentrati.
Dall’altra parte del vetro una flebile voce di donna anziana continua ad invocare “Franca” e qualche voce assonnata la rimprovera. Io non so chi sia Franca e non ho visto questa signora, ne ho solo sentito la voce accorata e mi è dispiaciuto che, per giovani coperti di vomito per mezza bottiglia di vodka bevuta troppo velocemente o per 4 drink e 2 cannette, per una rissa tra gruppi rivali che puzzava di fumo, i sanitari non potessero dedicarsi a quella signora che cercava “Franca” e che forse avrebbe avuto diritto di ricevere più sorrisi.Ho osservato genitori venirsi a riprendere i propri pargoli con l’espressione imperturbabile di chi vuole bene, di un bene sbagliato, mi sono immaginata al loro posto … Giovani poliziotti che arrivavano a sentire storie improbabili di risse reali che si dovevano improvvisare interpreti di lingue che arrivano da lontano col loro bagaglio di rabbia e menzogne rivolte più a sé stessi che ad altri.
Il tempo passa, mi ero portata un libro di cui ho letto solo 5 pagine, parlava dello scorrere del tempo e dell’aspetto della realtà, di come e se fosse giusto collocare ogni realtà in uno spazio temporale o se fosse bastato coglierne l’aspetto del presente.
Sono rimasta lì, seduta, nel mondo parallelo circa 4 ore, un mondo che non ha un bell’aspetto, un mondo che ha bisogno di una mano da parte di tutti, un mondo che ha di nuovo bisogno di regole certe e che non normalizzi ciò che normale non è e non deve essere.
Ora il mio pensiero è il mio grazie va a tutti quei giovani medici ed infermieri che si sono presi cura di me sempre col sorriso e la passione per quella missione che hanno accettato di compiere ma non senza un velo di tristezza negli occhi: perché sanno che stasera sarà uguale, e saranno soli a gestire una situazione la cui malattia non ha solo soluzioni Ippocratee, ma deve essere curata anche da altre scienze