Svetlana Zakharova come Valerij Gergiev: la ballerina, solo omonima della portavoce del Ministero degli Esteri russo già nota per le opinioni da ella espresse anche sulla politica italiana (dalla puntualizzazione sui discutibili parallelismi storici del Presidente Mattarella in tema Russia e Terzo Reich ai commenti sul crollo della Torre dei Conti a Roma e sulle tesi della Lega di Matteo Salvini circa l’inutilità di ulteriori aiuti militari a Kiev), si trova al centro delle polemiche e involontaria protagonista dell’ennesimo capitolo della saga dei doppi standard, la quale stavolta ha particolarmente del tragicomico: la comunità ucraina si è vantata, nella “nota d’avvertenza” alle istituzioni cittadine, di battersi «da tempo…per evitare l’arrivo di personaggi russi in Italia» e si è appuntata sul petto la medaglietta della cancellazione della sua esibizione al Maggio Musicale, Pas de deux for toes and fingers. Se già queste parole non la dicessero tutta sul tenore dei personaggi, che più di qualche “allarme antifascista” dovrebbero far suonare alla sinistra istituzionale e non, il carico da 11 è rappresentato dal fatto che la ballerina di cui è stata, ripetiamo, vietata (non «momentaneamente sospesa», perché sono state fornite tutte le coordinate per i rimborsi) l’esibizione è nata e vissuta a Lutsk, nell’Ucraina occidentale ucrainofona. Laconica la motivazione dell’opposizione alla sua venuta a Firenze: «È filo-Putin».
Come non ripensare, dunque, all’analoga cancellazione (pardon: “rinvio a data da destinarsi” [1]) del concerto che il Maestro Valerij Abisalovič Gergiev avrebbe dovuto dirigere, sempre al Maggio Musicale, il 31 marzo 2022? Dov’erano allora, e dove sono adesso, tutti i benpensanti che solo pochi giorni fa hanno imbastito una levata di scudi all’arrivo dell’attaccante filo-isrealiano Manor Solomon alla Fiorentina, contro chi ne ha fatto notare lo schieramento «filo-Netanyahu»? forse che allo stadio non si va per fare politica e comizi ma a teatro sì? Forse che Firenze è una «città inclusiva e dialogante» solo con chi esplicita determinate idee e opinioni, in senso però rigorosamente filo-occidentale, e con quei popoli e Paesi ineccepibilmente interni al blocco dell’Ovest?
Non è superfluo notare che, purtroppo, anche tanta opposizione fiorentina ha fatto proprio il doppiopesismo del potere: appena placatesi, o passate in sordina, le polemiche sulla mancata cittadinanza onoraria a Francesca Albanese, per la tenace contrarietà del centrodestra e del centro, ecco che il vicepresidente del Consiglio comunale, Alessandro Draghi (FdI), si presenta alla cerimonia inaugurale del sedicente Centro della comunità democratica bielorussa in compagnia di assessori ed europarlamentari del PD, rincarando la dose con la recentissima proposta di quella stessa cittadinanza onoraria, rifiutata ad Albanese, per María Corina Machado. Costei, “premio Nobel per la pace”, ha pensato bene di dimostrarne il merito auspicando in periodi ancor precedenti quelle bombe e quell’invasione del suo stesso Paese, il Venezuela, poi arrivate davvero nella notte del 3 gennaio. Al costo, peraltro, di oltre un centinaio di vite perlopiù civili secondo i conteggi più aggiornati.
Non è la prima volta, sia detto tra parentesi, che PD e Fratelli d’Italia organizzano insieme iniziative di “solidarietà” verso simili individui: chi scrive ricorda, per aver partecipato in prima persona a un presidio di protesta al riguardo sotto la sede della Regione in data 18 maggio 2017, un evento congiunto dedicato alla scrittrice dissidente Marinellys Tremamunno. Sorvolando quindi sul carattere di reale opposizione effettuata da quel tale partito, aspettiamo anche dagli altri (2) una circostanziata spiegazione della «soddisfazione» per un arresto illegale operato da un Paese che, in spregio a ogni normativa del diritto internazionale, invade lo spazio aereo e terrestre di uno Stato sovrano prelevandone di forza il legittimo presidente. Sarebbe, detta soddisfazione, stata egualmente espressa qualora la Cina avesse effettuato una simile azione militare a Taiwan, piuttosto che i nordcoreani a Seul o lo stesso esercito russo nei riguardi di Zelensky?
A tal proposito, per motivare l’opposizione allo spettacolo di Svetlana Zakharova, la comunità ucraina ha citato il suo ottenimento della cittadinanza russa e della sua militanza parlamentare in Russia Unita dal 2007. Ma sfugge come, in un Paese che si dice democratico e in una città che si professa inclusiva di ogni popolo, civiltà e cultura, l’appartenenza partitica (peraltro estera) di un artista possa costituire un affare di Stato.
Essa verrebbe anzi a rappresentare un pericolosissimo precedente facilmente ritorcibile verso l’interno e ai danni di quegli stessi che oggi plaudono o tacciono imbarazzati, per non parlare della tragicomicità di adottare queste misure nei confronti di un Paese dove la cultura italiana è liberamente fruibile in ogni sua forma.
Inevitabile, e decisamente imbarazzante per la cittadinanza, l’intervento in merito da parte dell’ambasciata russa a Roma: citando molto opportunamente i finanziamenti europei al Maggio Musicale, è non poco umiliante per chi crede davvero in una Firenze internazionale l’ironico “ringraziamento” per la sua «immersione nelle torbide acque della russofobia»: non è un caso che il comunicato, ripreso parzialmente da La Repubblica Firenze, Corriere Fiorentino, La Nazione Firenze, Il Tirreno e Il Tirreno Firenze, sia stato da costoro “mutilato” proprio nella specifica dei nomi dei personaggi sull’esempio dei quali il regime di Zelensky «ucrainizza sistematicamente l’Italia»: Simon Petliura, Roman Shukhevich e Stepan Bandera.
Non sembrano essersi accorti della gravità della cosa il governatore Eugenio Giani e la sindachessa Sara Funaro: se quest’ultima si è limitata a definire «gravi e inopportune» le parole della rappresentanza diplomatica, il primo si è lanciato in uno sproloquio a proposito di «linguaggi oscuri della Pravda» che «lo riportano al periodo sovietico»: farebbe dunque bene, Giani, a studiare la Storia e familiarizzarsi con queste figure, quantomeno per identificarvi l’odierno linguaggio degli “amici” ucraini che, esso sì, è calco senza filtri di quello dei giornali collaborazionisti filo-hitleriani nell’Ucraina occupata durante la Seconda guerra mondiale.
No, la Firenze che vorremmo non è una Firenze isolata dal mondo, arroccata in un servilismo distruttivo e ideologico (nel senso deteriore del termine). Celebrazioni come quella dedicata al ventennale del gemellaggio con la città cinese di Ningbo (3) sono iniziative rare e pregevoli che offrono un contrasto positivo e luminoso con la deriva totalitaria delle tante, troppe amministrazioni targate PD e predecessori. E, a proposito di Cina, giova concludere queste riflessioni col breve stralcio di un articolo della vecchia Peking Review datato 1 luglio 1966, appena quattro mesi prima della tragica alluvione, a proposito della prima tournée internazionale di artisti cinesi, che in Italia ebbero modo di esibirsi a Bologna e, appunto, a Firenze:
«La troupe cinese ha visitato la famosa città culturale italiana di Firenze. Una donna dai capelli bianchi stava copiando un noto dipinto in una celebre galleria d’arte. Appresa la provenienza cinese degli ospiti, ella guardò i membri della troupe con occhi rivelatori di profondi sentimenti e disse: “La Cina, che posto meraviglioso! La Cina, terra natia di Mao Tse-tung!”» (4).
NOTE
(1) https://www.operaclick.com/news/firenze-concerto-di-valery-gergiev-del-31-marzo-2022
(2) https://www.comune.firenze.it/novita/area-stampa/comunicati-stampa/alessandro-draghi-e-giovanni-gandolfo-fratelli-ditalia-luca
(3) https://lafirenzechevorrei.it/verso-i-20-anni-di-amicizia-tra-firenze-e-ningbo/
(4) https://www.marxists.org/subject/china/peking-review/1966/PR1966-27c.htm
