Fuori Fiesole e dentro Colle Val d’Elsa e Massa. La Toscana vince e porta alle finali della candidatura a capitale italiana della cultura 2028 due città su tre. La sindaca Scaletti adesso deve governare
Anagni, Ancona, Catania, Colle di Val d’Elsa, Forlì, Gravina in Puglia, Massa, Mirabella Eclano, Sarzana e Tarquinia: sono queste le città selezionate dalla giuria nella top ten della candidatura a Capitale italiana della Cultura 2028
Sorride la Toscana, che porta due città al passaggio successivo di Roma: Massa e Colle Val d’Elsa.
Massa passa il turno con il dossier “Il sogno continua, la luna è un po’ più vicina”, un progetto costruito su un sistema integrato che valorizza musei, cantieri culturali e patrimonio archeologico diffuso, ma anche cammini storici, pievi e la dimensione del viaggio e della fede. Elemento qualificante del dossier è l’alleanza territoriale, che coinvolge sedici sindaci della provincia, dalla costa alla Lunigiana.
Colle di Val d’Elsa entra tra le dieci finaliste con “Colle28. Per tutti, dappertutto”: un percorso premiato per serietà, visione e forte partecipazione della comunità in tutte le sue componenti, dall’amministrazione alle associazioni, dai commercianti ai cittadini.
La bocciatura netta e clamorosa arriva invece per Fiesole, il cui dossier “Dialoghi fra terra e cielo” nonostante il titolo poetico evidentemente non ha convinto la giuria, malgrado la fama internazionale e l’enorme patrimonio storico-culturale del colle etrusco che guarda Firenze dall’alto.
Molto sportivamente, pur mandando giù il boccone amaro, l’amministrazione comunale fiesolana fa i suoi auguri alle città promosse e ringrazia “tutti i cittadini che hanno partecipato, le istituzioni, le associazioni culturali, le imprese e i media che ci hanno seguito e sostenuto”. Poi arriva il momento della riflessione, ma senza scusarsi del tempo buttato al vento.
“Abbiamo lavorato duramente per oltre un anno e ora vogliamo approfondire cosa è successo e cosa nel nostro lavoro non ha convinto la giuria. Per questo faremo una richiesta di accesso agli atti per capire meglio il meccanismo di selezione”, si legge nella nota, che ribadisce infine come “la cultura rimanga al centro del nostro progetto di comunità”.
La bocciatura di Fiesole è grave e pesa per molti motivi.
Dalla sua elezione a sindaca, Cristina Scaletti – dopo la gaffe iniziale di candidare Fiesole per il 2027, salvo poi slittare di un anno dopo essere stata bacchettata da Giani, già impegnatosi su Volterra – ha concentrato quasi tutte le energie del suo mandato su questa candidatura.
Come se l’eventuale elezione a Capitale italiana della Cultura 2028 fosse stata la panacea universale per ogni problema, anche per quelli più banali che i cittadini continuano a segnalare: servizi, strade, pulizia. Bazzecole, evidentemente, per chi guarda sempre in alto. Alla Cultura, con la C maiuscola.
Prima che parta il solito riflesso pavloviano – quello che attribuisce la bocciatura al fatto che Fiesole sia amministrata dal centrosinistra mentre Massa e Colle hanno colori diversi – è bene chiarirlo subito: questa spiegazione non regge.
La bocciatura è grave perché Cristina Scaletti ha sfruttato nel peggior modo possibile, visti i risultati, la storia millenaria e il prestigio del colle.
Ed è una doppia sconfitta personale, perché da ex assessora regionale alla Cultura (ai tempi delle giunte Enrico Rossi) credeva evidentemente di poter contare su un “peso” maggiore.
Peso che, a quanto pare o non esiste o nessuno gli riconosce. Forse per il passato politico ondivago? Forse per quella stagione al Palazzo del Pegaso rimasta nella memoria collettiva più per una campagna promozionale grottesca e fake che per risultati concreti, e che fece sorridere — amaramente — tutta Italia?
Forse è arrivato il momento che i fiesolani, che sottovoce la definiscono “sindaco fantasma”, tornino ad avere una guida vera.
Una guida che si occupi finalmente dei problemi reali, quotidiani e concreti, invece di inseguire salotti culturali, passerelle e grandi titoli che poi si sbriciolano alla prova dei fatti.
Il grande bluff è finito.
Adesso resta una sola cosa da fare: governare davvero.
