Chiusura Ponte al Pino: per il Comune tutto perfetto, per i fiorentini un disastro storico

Ponte al Pino

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Si è finalmente conclusa la giornata più surreale mai vissuta dal traffico fiorentino. Un capolavoro di (in)gestione urbana messo in scena con la chiusura del Ponte al Pino

Dopo la giornata di chiusura del Ponte al Pino per la posa della passerella pedonale che ha paralizzato la circolazione ferroviaria tagliando in due l’Italia da Palazzo Vecchio, come prevedibile, arrivano applausi.
L’amministrazione celebra il successo dell’operazione parlando di viabilità fluida, coordinamento impeccabile ed efficacia: tutto visto dalla leggendaria Smart City Control Room. Una narrazione talmente distante dalla realtà da sembrare fantascienza.

Il problema, però, è che a Firenze ieri non è andata così. Per niente.

Viene quindi da chiedersi se la sindachessa Sara fumosa Funaro – sempre più convincente nel ruolo di Alice nel Paese delle Meraviglie – e il suo assessore all’(im)mobilità, caso unico al mondo di assessore con tutor esterno, super-manager lautamente pagato dai fiorentini e in corsa per il Guinness dei Primati per numero di cantieri aperti contemporaneamente, abbiano semplicemente guardato lo schermo sbagliato.
Forse, invece delle telecamere cittadine, stavano trasmettendo un documentario educativo su “come funziona una città normale”.

Perché la Firenze vera, quella fuori dalla Control Room, ieri è andata in tilt. Il traffico, già normalmente asfittico, è collassato del tutto, raggiungendo livelli grotteschi. Interi quartieri paralizzati, tempi di percorrenza indegni di una città europea e automobilisti intrappolati per oltre un’ora per fare pochi chilometri.

Come se non bastasse, la Giunta – probabilmente ancora sintonizzata su un altro pianeta – non ha nemmeno guardato ai dati più elementari: dal giorno in cui è stato svelato il calendario della serie A, ovvero da venerdì 6 giugno era noto infatti che nello stesso pomeriggio si sarebbe disputata una partita interna della Fiorentina, a due passi dalla zona già condannata al collasso tra Ponte al Pino e la stazione di Campo Marte.

Il risultato? Il disastro perfetto.

I passeggeri delle ferrovie italiane, costretti a scendere dai treni tra le stazioni di Rifredi e Campo di Marte, sono stati affidati ai potentissimi autobus di Autolinee Toscane. Un viaggio su gomma trasformato in un safari urbano tra cantieri infiniti, deviazioni e strade strangolate, utile solo a mostrare a turisti e cittadini come una Giunta riesca scientificamente a paralizzare una città.

Per coprire i circa 4 chilometri che separano le due stazioni – in condizioni normali 10-15 minuti – è stata necessaria circa un’ora.
Un risultato straordinario, se si considera che quei viaggiatori avevano scelto l’alta velocità: la stessa che collega Bologna a Firenze in 38 minuti e Bologna a Milano in un’ora.

A Firenze, invece, quattro chilometri equivalgono a una traversata interregionale. Un primato che smentisce, con la forza dei fatti, tutta la propaganda sulla riduzione del traffico privato grazie al treno-tram novecentesco.

A rendere il quadro ancora più poetico, una pioggia battente – evidentemente non prevista nemmeno questa – ha completato l’opera.

La tempesta perfetta, servita su asfalto.

Se questo è l’antipasto, viene da chiedersi cosa accadrà quando quest’estate Ponte al Pino verrà chiuso per mesi?
E soprattutto quale livello di follia toccheremo quando si dovrà scavare sotto la ferrovia ad alta velocità per far passare “il tubone”, lo sciagurato sottopasso del treno-tram alle Cure?

Perché, come osserva chi conosce bene la materia, per scavare sotto l’alta velocità senza fermare i treni sarà necessario andare in profondità. Tradotto: una voragine in fondo a viale Don Minzoni e un’altra in testa a viale dei Mille, zona piazza delle Cure.

Ipotizzando una velocità di scavo simile a quella della talpa Tav – circa 10 metri al giorno – per 250 metri serviranno almeno 25 giorni. Poi arriverà la fase in cui il tubone dovrà essere “spinto” sotto la città: altri 15 giorni, nella migliore delle ipotesi. Aggiungiamo almeno 50 giorni per rifiniture, elettrificazione e lavori accessori, e il conto è presto fatto: 90 giorni di caos totale, sempre che tutto fili liscio. Evento raro, nei cantieri fiorentini.

E se nel frattempo consideriamo anche i lavori allo stadio Artemio Frankistein il quadro diventa definitivo.

La Firenze violentata dal ferro e dal cemento non è più una previsione: è un progetto.
E purtroppo, siamo solo all’inizio.