Di Filippo Boni
Mi capita di prendere, di tempo in tempo, i bus di Autolinee Toscane che vanno verso i luoghi marginali. Stacco il biglietto, mi siedo in disparte. Durante il viaggio osservo i viaggiatori, cerco di capire come funziona davvero il servizio, non sulle carte, ma sui corpi. Salgono persone che non hanno altri mezzi per spostarsi.
Donne anziane, spesso vedove, di ritorno dalle visite mediche. Tengono il cellulare come si tiene qualcosa che non è stato fatto per le mani di oggi. Faticano a comporre un numero, poi quando la voce dall’altra parte risponde dicono soltanto che va tutto bene. Lo dicono per non pesare, per non chiedere. Salgono lavoratori nati in terre lontane. Se non potessero salire su quel pullman, tornerebbero a casa a piedi. Non è un’iperbole, è la distanza reale che li separa dal riposo. Salgono madri con bambini delle periferie. Raccontano fiabe inventate mentre i figli giocano disegnando col respiro sul vetro del finestrino, e per qualche istante il mondo fuori si lascia guardare.
L’altro giorno, in provincia di Arezzo, una signora e il marito salirono trafelati e si sedettero accanto a me. Era presto. Mi chiesi dove corressero. «La messa non ci aspetta», disse lei. «Speriamo non ci sia traffico». Lui tacque. Guardai le mani di lei. Stringevano la foto di un ragazzo di vent’anni o poco meno. Lei guardava fuori dal finestrino. Poi si voltò e si accorse che avevo visto. «Questo è Marco, nostro figlio», mi disse a bassa voce. «È morto in un incidente in motorino pochi mesi fa. Io e mio marito non abbiamo la patente e prendiamo questo pullman tutti i giorni per andare alla chiesa più vicina, alla messa delle nove, prima del lavoro. Lui ci aspetta lì. Non possiamo perdere questo pullman». Avvertii una fitta netta, come una lama breve. Il pullman sobbalzò.
Quando ho letto di un gruppo di delinquenti che ha devastato due pullman di Autolinee Toscane in provincia di Arezzo, per puro sadismo, ho pensato a loro. A Marco. A chi con quel pullman torna verso le periferie o le montagne più lontane, e magari ha una promessa da mantenere. Quella sera, e nei giorni successivi, quella promessa probabilmente non è arrivata a destinazione.
I mezzi pubblici sono i loro. Di chi non ha alternative. Di chi misura la vita sulle coincidenze. Chi li rovina non rompe sedili, interrompe un ritorno e magari frantuma una promessa senza confini. E certe volte, senza saperlo, lascia qualcuno più lontano da chi ama. Ovunque sia.
Filippo Boni è assessore regionale ai trasporti e alla mobilità
Foto: Copyright Fotocronache Germogli


