Foibe, polemiche in Toscana: il Giorno del Ricordo ostaggio delle fazioni e della politica

Il sacrario delle foibe di Basovizza

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In Toscana non si riesce mai a fare pace nemmeno con la memoria. Neppure davanti alle tragedie del Novecento, neppure davanti al dolore, neppure davanti ai morti

 

Anche le sedute solenni del Consiglio regionale, che dovrebbero essere momenti di unità e rispetto, finiscono regolarmente ostaggio delle fazioni e, come sempre, a rimetterci è il Giorno del Ricordo, uscito appena vent’anni fa dall’oblio della storia e già di nuovo risucchiato nelle sabbie mobili della polemica ideologica.
Non ce la facciamo proprio, in Toscana, a smettere di litigare come ragazzini capricciosi. La cosa più grave è che proprio da chi dovrebbe offrire un esempio di rispetto, autorevolezza e senso delle istituzioni arrivano, invece, pessimi segnali di faziosità.

Accade infatti ancora una volta che ricorrenze solenni, istituite per commemorare le grandi tragedie del Novecento — come il Giorno della Memoria e il Giorno del Ricordo —, anziché diventare patrimonio condiviso, si trasformino in campi di battaglia politica.
Succede così che, in nome di una presunta pace istituzionale o per interessi di bottega, la presidente del Consiglio regionale Stefania Saccardi decida di “tagliare la testa al toro” ed escludere dalla seduta solenne voci esterne, scientifiche e informative.

«Proprio in considerazione del fatto che la seduta solenne prevista per il Giorno del Ricordo sia apparsa a molti come un evento di parte — ha spiegato — mi assumo la responsabilità di ricondurre questa giornata all’interno dell’istituzione che rappresenta tutti i toscani…».
Una scelta che, formalmente, mira a tutelare la neutralità dell’aula, ma che, nella sostanza, finisce ancora una volta per impoverire la memoria.
Perché, a farne le spese, è sempre quella tragedia che per oltre mezzo secolo è stata nascosta nel cassetto più sporco di sangue della nostra storia.
Una memoria scomoda. Una memoria che brucia ancora.
Una memoria che qualcuno continua a voler minimizzare, negare, rimuovere. Quella delle foibe, dell’esodo, delle persecuzioni subite dagli italiani del confine orientale tra il 1943 e ben oltre la fine della guerra.

Una memoria che per decenni è stata cancellata persino dai dizionari.
Una memoria che vuole ignorare Basovizza, il suo sacrario, il suo museo, il suo bosco carsico, dove oggi passano i migranti della rotta balcanica e dove, ottant’anni fa, correvano solo il terrore e il rumore dei camion carichi di condannati a morte.

Nessun relatore esterno, dunque, a differenza di quanto inizialmente stabilito dall’Ufficio di Presidenza.
Una scelta che di fatto esclude l’intervento del direttore del Secolo d’Italia, Italo Bocchino, fortemente voluto dal vicepresidente Diego Petrucci, anche per il lavoro svolto sul tema attraverso un documentario.

«Quanto sta accadendo in Toscana è inaudito — ha tuonato Petrucci —. Le istituzioni non devono cedere ai diktat degli estremisti. Oggi la sinistra infoiba il diritto di parola».

E la domanda è semplice: se un giornalista professionista viene considerato non neutrale solo per il suo ruolo professionale, allora siamo davanti a un problema serio.

Perché, a questo punto non invitare allora un testimone dell’esodo? Perché non dare voce a chi ha vissuto fra i cartoni di Sant’Orsola?
Perché non coinvolgere l’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, che da anni lavora per ristabilire la verità storica?
Forse perché pesa la pressione dell’ala più ideologica (a sinistra) della maggioranza.
Il dubbio è legittimo, soprattutto alla luce delle prese di posizione di Sinistra Civica Ecologista, che ha accusato Bocchino di essere “ostile all’antifascismo” e di trasformare la seduta in un “talk show”. Parole pesanti, che hanno contribuito a creare il clima da resa dei conti.

Dall’altra parte, la capogruppo di Fratelli d’Italia Chiara La Porta parla apertamente di «vergogna», di «tentativo di minimizzare una tragedia» e di «bavaglio alla verità».
Uno scontro frontale, senza esclusione di colpi.

E qui sta il punto.
La scelta di Saccardi, presentata come tutela dell’istituzione, appare in realtà come l’ammissione di un fallimento politico e culturale. Quando un’assemblea elettiva non è più in grado di invitare uno storico o un testimone senza scatenare una guerra interna di veti, significa che qualcosa si è rotto.
Significa che la politica ha perso il controllo della memoria e che la memoria è diventata ostaggio delle correnti.
È lo stesso problema che si era già intravisto con la formazione della giunta Giani: una Regione spesso sotto scacco, fragile e in libertà condizionata.

In Italia — e in Toscana in particolare — si fa ancora fatica a fare pace con la storia del confine orientale. Una storia feroce, dolorosa, divisiva. Ma una storia che non può essere selezionata, piegata o censurata.

Perché la memoria non è di destra né di sinistra. È di chi ha il coraggio di guardare in faccia il passato.

Finché il Giorno del Ricordo resterà un terreno di scontro ideologico, non sarà mai davvero un giorno di memoria.
Sarà solo l’ennesima occasione persa.