Di Roberto Vedovi
Puntuale come un orologio, anche quest’anno con l’approssimarsi del Giorno del Ricordo – istituito per commemorare le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata – al CPA di via di Villamagna è stata esposta una bandiera della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, quella del periodo di Josip Broz Tito.
E’ la solita provocazione studiata per insultare le vittime ed irridere la memoria di migliaia di italiani: sventolare oggi quel vessillo significa irridere una realtà storica segnata dal sangue e dalla violenza, una realtà che ha causato migliaia di morti e ha costretto intere comunità a lasciare le proprie case. È un gesto che, consapevolmente, celebra un regime che si è responsabile di atrocità contro civili innocenti, deridendo la sofferenza di chi ha vissuto il dramma delle foibe, delle torture e degli esodi forzati.
In una fase in cui la memoria storica rischia di essere diluita o dimenticata, la puntualità di provocazioni come questa ci ricordano quanto sia importante mantenere viva la riflessione sul passato. Celebrando un regime che ha causato tanto dolore, gli attivisti del CPA normalizzano una violenza che non dovrebbe mai essere dimenticata. La bandiera che oggi torna a sventolare in Via Villamagna, lontana dall’essere un simbolo di lotta per la giustizia, diventa un segno di intolleranza e di negazione del passato.
Il 10 febbraio è una data che non può essere utilizzata come palcoscenico per scontri ideologici o provocazioni gratuite. È un momento di rispetto, in cui la memoria deve essere preservata per rendere giustizia alle vittime e alle loro famiglie. La provocazione di oggi è, paradossalmente, un invito a riflettere ulteriormente sull’importanza di non dimenticare il dramma delle foibe e di combattere ogni forma di revisionismo storico.

