Lo storico negozio di mobili di via del Pollaiolo spegne le luci, tra ricordi, aneddoti e cambiamenti del quartiere
C’è una grande insegna vintage che per decenni ha illuminato via del Pollaiolo: “Arredamenti G. Randelli”. Da metà aprile quella luce si spegnerà. Dopo 88 anni di attività, la storica impresa di mobili chiuderà i battenti, lasciando vuoti i quattro piani di showroom che per generazioni hanno arredato le case dei fiorentini.
Tutto comincia nel 1938 in via Bronzino. «Mio padre, orfano di madre e di famiglia povera, era già falegname, ma era un uomo intelligente e nel ’38 si mise in proprio con una bottega – Giuliana Randelli mostra il suo antico banco da lavoro –. Inizialmente, dopocena, faceva dei mobiletti da cucina».
Storie di piccoli imprenditori nati dal nulla, Vasco Randelli fu un self made man da sogno americano in terra fiorentina. La piccola bottega cresce: prima una stanza, poi due, poi viene acquisito un pezzo di campo accanto dove viene edificato il magazzino, che viene rialzato di un piano per ingrandire gli spazi, infine la costruzione del grande edificio in via del Pollaiolo su quattro piani. «Mio padre fece appena in tempo a vederlo aperto, anche se non ancora allestito. L’anno dopo morì».
A prendere le redini dell’azienda è la figlia Giuliana, che entra subito dopo il diploma. «Ho iniziato a lavorare qui appena diplomata, a 18 anni, ora ne ho 84. Una mostra così all’epoca era necessaria, mio padre costruì questo negozio perché doveva essere il più grande di Firenze: i mobili dovevano essere lì, le persone dovevano vederli, quindi più grande era, più merce era a disposizione, più si vendeva».
Il nome dell’insegna custodisce un aneddoto curioso. La “G.” non sta per Giuliano – il marito della Randelli che per buffa coincidenza dell’amore trovò omonimo – come molti pensavano, ma per Giuliana stessa. «Tutti credevano che G. stesse per Giuliano. Mentre mio padre aprì questo centro per me nel 1971. Molti così pensavano che Randelli fosse il cognome di mio marito, che invece si chiamava Brunu, perciò per strada lo salutavano: “buonasera signor Randelli”».
Oggi al suo fianco lavorano le figlie Silvia, socia e arredatrice, e Laura, che pur avendo un’altra professione collabora al ménage. Ma il mestiere è cambiato. «Una volta un grande showroom era indispensabile. Oggi è vero l’esatto contrario. Almeno che non si faccia un ipermercato con bassa qualità. Ma noi vendiamo artigianato, tutta produzione italiana. I punti vendita che rimangono fanno attività di progettazione e hanno bisogno di uno spazio molto più ristretto».
A rendere insostenibile una struttura così grande ci sono i costi. «Soprattutto le tasse, in primis la Tari: noi qui produciamo sì e no un cestino di carta al giorno, eppure ce la fanno pagare calcolandola su 1600 metri quadrati equiparando tutti i settori, alla pari di attività molto più inquinanti. Poi c’è il personale: due montatori, una venditrice e un’amministrativa. In totale cinque famiglie che dovranno andare a casa. Non ultimo la sicurezza: abbiamo avuto un furto e un tentativo negli ultimi mesi, hanno sfasciato tutto per rubare un paio di computer, abbiamo dovuto mettere bandoni rinforzati».
Il cambiamento non è solo economico, ma anche culturale. «Per una questione di costi, ma anche di precarietà: intanto si prende questo e poi tra un anno si cambierà, perché non si sa che cosa succede. È una società fluida, non si sa se tra due o tre anni si abiterà ancora in questa casa e soprattutto con chi ci si abiterà. Anche se oggi c’è un ritorno, seppur ancora limitato: le persone cominciano a capire la differenza tra chi lavora, progetta e monta in un certo modo. Il contrario del “vado a prendermi un letto da solo in un discount e me lo monto”».
L’Italia resta comunque eccellenza mondiale nel comparto del mobile. «Basta fare un giro a Quarrata per rendersene conto. In Italia siamo i migliori del settore a livello mondiale. Con la polarizzazione cui accennavo prima, chi fa alta qualità sta lavorando molto con gli Emirati Arabi. Il mercato interno non è più il primo».
Anche la città è cambiata. «Firenze si smonta: case sempre più piccole, ogni ristrutturazione dimezza gli spazi esistenti». E il quartiere? «C’erano tante più botteghe. Qui intorno in via Bronzino, via del Pollaiolo, via Pisana hanno chiuso quasi tutti. Un primo colpo duro lo dettero i lavori della tranvia, molti piccoli negozi storici non si sono ripresi».
Il turismo e il fenomeno Airbnb non aiutano. «Dipende: c’è chi sceglie di arredare a basso costo, ma anche chi un po’ meglio per puntare a una categoria di clientela superiore. Certo è che a ogni ristrutturazione spuntano appartamenti per turisti e il turismo “mordi e fuggi” di sicuro non premia le attività commerciali».
Tra i ricordi più vividi, quello dell’alluvione di via Bronzino. «Avevamo 1,4 metri d’acqua. Li spostammo attaccati alle funi, rischiammo molto. Ci vollero settimane a risistemare. Poi rientrò il primo cliente – c’era ancora la mota –, eravamo contenti di ricominciare: comprò un mobile, e lo portò via, staccandoci un assegno». Ripartenza? Macché, un’altra bastonata: «Peccato che quell’assegno si rivelò falso…». E tuttavia i Randelli riuscirono a ripartire, e per altro mezzo secolo quell’insegna è stata parte viva del panorama. Tra un mese però, si spegnerà un’altra luce del commercio storico fiorentino, lasciando un vuoto che non si misura solo in metri quadri, ma in memoria della città stessa.
Cosa nascerà nel grande palazzo vetrato davanti all’Audace Legnaia ancora non è dato sapere, le voci si rincorrono ma le trattative a ora sono riservate; ciò che si può sapere è che per famiglia Randelli, parte della vita del quartiere da generazioni, si apre un nuovo capitolo.
Se Giuliana si godrà la meritata pensione, Silvia, arredatrice diplomata con esperienza trentennale, conta di ritrovare presto:
«Ho studiato prima ragioniera, poi ho fatto un corso professionale: da trent’anni lavoro qui occupandomi di progettazione, rapporto con fornitori, montatori, clienti, andare nelle case a prendere le misure. L’ultimo periodo è stato faticoso, mi prenderò un po’ di tempo per riposare e pensare alla famiglia, ma – rassicura Silvia – so di avere abbastanza esperienza da poter reinvestire».
Le serrande chiudono, l’insegna andrà dimenticata forse tra le nuove generazioni. Ma il know how resta, come un seme, in attesa della primavera per germogliare.
