Fumo, urla e risate. Storia del cinema Universale che non esiste più

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Di Vincenzo Freni

All’Universale il film eravamo noi e il cinema era una piazza. Uscendo da Scienze Politiche dopo la lezione del Prof. Sartori ci salutavamo sempre con la stessa frase: “Allora stasera ci vediamo al cinema”. E partiva il coro: “Ok, a più tardi!”, “Con pizza o senza?”, “Io porto un fiasco di vino”, “Bucaioli mi raccomando compratevi le sigarette”, “Io porto il tabacco da rollare”. Erano addii che duravano poche ore e nessuno chiedeva quale cinema, né cosa dessero, né a che ora, perché se non veniva specificato si andava lì, all’Universale in San Frediano. Punto.

Chi non ha vissuto gli anni ’70 e ’80 forse non può capire: al cinema Universale il film non era quello sullo schermo, il film eravamo noi. Era un happening collettivo, un rito rumoroso. Non si andava quasi mai per vedere il film, si andava per fare chiasso, per discutere, per fumare, per amoreggiare con la ragazza accanto e soprattutto per partecipare. Si entrava fisicamente nel film, lo si commentava, lo si riscriveva in diretta insieme agli attori. La trama era del tutto ininfluente, avevamo battute pronte per ogni genere. Le sedie di legno scomode ma vive avrebbero raccontato con nostalgia quelle serate rumorose. Il biglietto era facoltativo: la maschera e la cassiera facevano finta di niente, pagavi se volevi, altrimenti in qualche modo bypassavi il controllo.

Appena entrati in sala ti prendeva una botta nello stomaco: una nube densa di fumo che quasi non consentiva di vedere lo schermo. Il dialogo tra gli spettatori sovrastava il sonoro del film. C’era chi passava la cicca al vicino, chi mangiava, chi portava il fiasco di vino per un consumo collettivo. Le sigarette erano rigorosamente Nazionali senza filtro, consumate fino a far bruciare le unghie delle dita ormai gialle. Quella sera davano “Sansone contro… non si sa cosa”, forse il vampiro, forse l’uomo lupo. Tutto scorreva normale finché la bonazzona in tunica bianca diceva: “Ehi tu, straniero, chi sei?” e lui rispondeva: “Sono Ercole, mandato dagli dei”. Silenzio di un attimo, poi il caos. Locandine parlavano di Sansone, ma avevano incollato un pezzo di Ercole. Urla, fischi, giacche e cappelli in aria, coro di “Ridateci i soldi!”. A nessuno importava davvero se fosse Sansone o Ercole, si andava lì per fare casino e per stare insieme.

Nel bailamme spuntò una voce in dialetto siciliano: “State zitti! Non fari burdellu! È na cosa seria, vogghiu vidiri u film!”. Peggio: il pubblico si infiammò urlando “Cornuto!”. Lui si alzò offeso: “Cornuto a me non me l’ha detto mai nessuno!”. Il coro divenne più forte: “Cornuto! Cornuto!”. Finì che arrivò la polizia, le luci si accesero, la temperatura scese e il popolo dell’Universale ebbe le convulsioni da risarella. Il film riprese con Ercole che alla fine abbracciava e baciava la bellona, mentre partivano le battute: “Dai, forza!”, “Oggi ti vedo un po’ mencio…”. Almeno una tastatina nel fondo schiena poteva dargliela, no? Questa era una delle tante serate indimenticabili all’Universale.

Oggi al cinema devi arrivare puntuale, se entri in ritardo dai fastidio, quando il film finisce tutti fuori in silenzio e compostezza. Allora era l’opposto: si entrava e si usciva quando si voleva, era un flusso continuo, un disordine organizzato. Cercavi gli amici nella penombra, ti spostavi, ti accalcavi, qualcuno agitava le braccia: “Sono qui, vieni ti ho conservato il posto”. Si faceva gruppo, i cori venivano bene solo in tanti, si faceva casino. E quel casino non era disturbo, era partecipazione. All’Universale il cinema non si guardava, si viveva. Non era un luogo di silenzio e contemplazione, neppure quando davano un film russo muto. Proprio con quel famoso film russo, quello della fantozziana “è una cagata pazzesca”, ci fu un altro episodio: tre di noi sgranocchiavano semi salati, un intellettuale con barba fluente ci intimò di smettere perché disturbavamo il maestro Ėjzenštejn. Obbedimmo, tanto i semi erano finiti e i lupini non facevano rumore.

L’Universale era una piazza coperta, un teatro popolare dove il pubblico invadeva la scena e la trasformava. Gli attori sullo schermo recitavano una storia, noi in sala ne facevamo un’altra, più vera, più sporca, certamente più nostra. Era un cinema senza distanza tra pubblico e schermo. Una scena d’amore diventava una valanga di battute e nessuno si scandalizzava. Il film non era intoccabile, era materia viva, spunto per un nuovo copione collettivo. Gli spettatori del rione erano un corpo unico che partecipava al rito tutto fiorentino dei “merdaioli c’è le paste”. Ecco perché ce lo ricordiamo ancora: non per Sansone scambiato per Ercole che non riusciva a farsela dare, ma per quella nube di fumo, per le risate, per quel senso di essere lì insieme a costruire qualcosa che non sarebbe mai più tornato.

Non ci credi? Prova a rifare oggi le stesse cose e poi raccontami come è andata in commissariato. Se anche tu eri lì, se ricordi altre serate così (a parte la storia dei piccioni e della mitica vespa in sala), fatti avanti. Siamo tutti qui, pronti ad ascoltare. Per leggere questo post non si paga il biglietto, ma un commento o una condivisione sono graditi. Se anche tu sei passato da quella piazza chiamata cinema, fatti sentire.