Intervista esclusiva a Girolamo Savonarola: «Messer Nardella, prima di nominare il mio nome, lavatevi la bocca col sapone del Purgatorio!»

Girolamo Savonarola. Foto Wikipedia

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Dopo le dichiarazioni dell’ex sindaco di Firenze ed europarlamentare Dario Nardella, che ha definito i fiorentini ‘dei Savonarola’, abbiamo chiesto al frate citato cosa ne pensasse. Il frate incappucciato non ci è andato leggero

 

L’incontro è riservatissimo. L’appuntamento è negli spazi barocchi — tra stucchi, affreschi e rilievi — del monastero di San Vincenzo a Prato. Un luogo scelto non a caso dal mio interlocutore: è qui che, secondo la tradizione, sono conservati un dito bruciacchiato e il collare che sorreggeva il suo corpo durante il martirio.

In realtà, mi racconta sottovoce una nobildonna che mi accompagna all’appuntamento — il cui nome terrò celato —, sono molte di più le ceneri reliquiarie segrete che la sua ava, insieme ad altre nobildonne fiorentine travestite da serve, raccolsero in piazza della Signoria l’indomani del sacrificio dei tre frati domenicani, quel 24 maggio 1498, in vasi di rame, spiegando che raccoglievano le ceneri per il bucato.

Lui, Girolamo Mattia Francesco Matteo Savonarola, mi compare davanti con un’aria severa, ma più dimessa di quando inveiva contro i potenti del suo tempo. Sotto il cappuccio, calato sulla nuca, intravedo occhi svegli e attenti e il cipiglio; lo ringrazio per aver concesso l’intervista.

A sorpresa, mi rivolge una domanda: «Mi scusi, perché hanno mandato lei? È curioso che La Firenze che vorrei, unico foglio libero di Firenze — che anch’io di tanto in tanto leggo —, abbia scelto proprio lei, una donna. Se non sbaglio, è l’unica della sua redazione…». Glisso il discorso — in effetti, non ci avevo mai fatto caso — e parto con le domande.

Va bene se la chiamo fra’ Girolamo?

«Sì, assolutamente. Anche perché, dopo le terribili torture subite nell’alberghetto e l’umiliazione della degradazione con la rimozione degli abiti domenicani, resto — e resterò sempre — un frate domenicano. Quello che hanno fatto è stata tutta una congiura, frutto di falsità contro di me, come quando inventarono perfino — con quella canaglia di Cesare Borgia che stette al loro gioco — una falsa scomunica nei miei confronti».

Veniamo all’attualità, che da par suo saprà commentare. Cosa ne pensa delle parole dell’ex sindaco di Firenze, Dario Nardella, che l’ha tirata in ballo definendo i fiorentini di oggi “dei Savonarola”?

«Figliuoli, non vi nascondo che l’idea d’essere divenuto quasi un nome comune mi empie il cuore d’un certo orgoglio terreno, ché anch’io fui uomo e conobbi le vanità di questo mondo. Pure, mi duole il modo in cui quel messere Nardella ha usato il mio nome. Mi pare che egli non conosca né la mia vita né le mie prediche, e se ne serva solo per lavarsi la bocca. Gli direi di leggere le cronache e i libri che di me furono scritti, ché molti ve ne sono. Ricordo a lui e a quanti gli somigliano che la mia voce non si levò mai per compiacere i potenti e gli ipocriti, ma solo per toccare i cuori puri e sinceri. Se oggi i fiorentini sono chiamati “dei Savonarola”, forse è segno che in essi si ridesta il desiderio di giustizia e di moralità, quelle stesse che io predicavo senza sosta. La corruttela e le brutture della Firenze del 2026 sono appunto le medesime piaghe che io combattevo con tutto il fuoco dell’anima».

Lei fu molto criticato per non essere fiorentino, per la sua predicazione e per le sue azioni; fra tutte, il “falò delle vanità”. Come risponde a queste critiche e quali similitudini trova con la Firenze di oggi?

«Il falò delle vanità non fu atto di barbarie, ma di santa purificazione. Volevamo strappare dalle mani e dagli occhi dei fiorentini le cose vane e superflue, affinché ricordassero che la vera ricchezza sta nella fede e nella virtù, non negli ori, nelle sete e nelle pitture lascive.

E che dirvi della vostra Firenze d’oggi? Poco o nulla è mutato. La città è ridotta a una sentina di mala politica, a un bordello per forestieri danarosi che la spolpano e la gettano via come un osso spolpato. I fiorentini che osano levare la voce sono chiamati “piagnoni”, proprio come ai miei tempi. Auspico dunque che abbiate il coraggio di quel 7 febbraio 1497: fate un nuovo falò, simbolico e giusto. Torni all’inferno la casta che da troppo tempo vi signoreggia, siano eliminiati i privilegi concessi ad amici e parenti, si brucino l’arroganza e la tirannia di chi deturpa la vostra bella città. Tirate fuori da Palazzo Vecchio gli uomini veri, scelti dal popolo e non imposti dalla brigata dei potenti».

Parliamo di lei: cosa pensa del suo lascito e dell’impatto che ha avuto sulla storia di Firenze e della Chiesa?

«Sono consapevole d’aver scosso le fondamenta stesse della Chiesa e della società del mio secolo. Non ebbi forse il successo che speravo, ma ho gettato il seme. La lotta contro la corruzione dei grandi e la predicazione della giustizia per i piccoli sono, ahimè, ancora oggi dolorosamente attuali».

Cosa direbbe a Dario Nardella?

«Caro messere Nardella, mi duole nel profondo dell’anima vedere un uomo quale voi siete — che non siete fiorentino, come non lo ero io, e foste sempre guardato con sospetto — osare invocare il mio nome dopo aver tradito la fiducia dei vostri concittadini e aver ridotto Firenze a rovina. Voi, con i vostri “cubi neri” e altre vergogne del genere, avete pensato solo alla vostra ambizione terrena, mentre io spogliai me stesso e i miei frati di ogni bene materiale per darlo ai poveri. Imparate, prima di nominare Savonarola, che cosa significhi lottare davvero contro la corruttela e l’ingiustizia».

Cosa direbbe invece ai fiorentini che si sentono traditi e delusi dalle scelte dei loro amministratori?

«Non disperate, figliuoli miei diletti. La storia è maestra: molte città e molti popoli caddero e poi risorsero più forti e più giusti. Firenze, ancorché svenduta, vilipesa e oltraggiata, rimane città d’arte, di cultura e di spirito. Non sarà per sempre vinta da corruzione, arroganza, ignoranza e miseria d’animo. Continuate a lottare per la verità e per il bene comune. Scendete in piazza, fatevi sentire, cacciate da Palazzo Vecchio i mercanti che hanno trasformato il tempio in spelonca di ladroni. Non abbiate paura. Il Signore è con chi ha il cuore retto».