Per paura di tensioni, il preside ha cancellato un’occasione concreta di orientamento professionale, piegandosi alle minacce dei collettivi studenteschi
L’annullamento del colloquio di orientamento con l’Esercito Italiano all’Istituto Tecnico Agrario di Firenze non rappresenta una vittoria della cultura, ma la capitolazione delle istituzioni di fronte alle minacce dei collettivi studenteschi. In pratica, per “evitare tensioni”, la scuola ha rinunciato a offrire ai propri studenti un’opportunità professionale concreta e legittima.
Il preside Andrea Marchetti ha infatti deciso di cancellare l’incontro previsto con i rappresentanti dell’Esercito a causa della minaccia di un presidio organizzato dai collettivi studenteschi. La motivazione ufficiale – «per motivi di sicurezza» – appare chiaramente come una resa preventiva a chi urla più forte.
L’identikit politico della protesta
A dettare l’agenda della scuola di via delle Cascine sono stati i collettivi Colpa, SUM, SAF e Agra, espressione della sinistra antagonista dell’Università di Firenze. Si tratta di gruppi legati all’area dei centri sociali, che rifiutano la dialettica dei partiti tradizionali in favore di un attivismo militante e di una lotta frontale contro il “sistema capitalista” e la presunta privatizzazione dell’istruzione pubblica. Invece di difendere il diritto degli studenti a ricevere una formazione aperta e completa, la dirigenza scolastica ha scelto di piegarsi alle loro pretese: per loro, una divisa militare non è sinonimo di servizio alla comunità, ma di oppressione.
Il dogma “No ai militari”: una visione miope
Nei comunicati diffusi soprattutto dal Collettivo Agra emerge la solita retorica: la scuola definita «luogo di cultura e non di guerra», l’Esercito accusato di voler instillare «idee di controllo e obbedienza». Si arriva persino a sminuire il ruolo dei militari durante le emergenze nazionali, come l’alluvione di Campi Bisenzio, attribuendo il merito solo ai «ragazzi come noi». Ma questa narrazione ignora deliberatamente la realtà della carriera militare moderna, che rappresenta una delle strade più multidisciplinari e professionalizzanti per un giovane diplomato. Impedire ai militari di presentare la propria offerta formativa non significa difendere la cultura, ma negare agli studenti la possibilità di conoscere sbocchi lavorativi di alto livello, lontani dalla prima linea di un conflitto.
Grazie a questo veto ideologico, gli studenti dell’Istituto Tecnico Agrario hanno perso l’occasione di scoprire che l’Esercito offre opportunità concrete in settori rilevanti per il loro percorso di studi:
- Protezione Civile e Logistica: intervento rapido e coordinato in caso di calamità naturali (terremoti, alluvioni), dove l’organizzazione militare spesso fa la differenza tra caos e soccorso efficace.
- Sanità e Veterinaria: reparti specializzati nella sicurezza alimentare e nella cura degli animali in contesti di emergenza, ambiti particolarmente affini a un istituto agrario.
- Genio e Ingegneria: eccellenze tecniche nella costruzione e bonifica di infrastrutture e territorio.
- Cyber-security e Telecomunicazioni: difesa dei confini digitali dello Stato, una delle frontiere tecnologiche più avanzate.
- Missioni di Pace: attività di peacekeeping, ricostruzione di scuole e ospedali, e tutela dei diritti umani sotto egida ONU.
Quando lo Stato abdica
Se la scuola si piega alla logica dei picchetti e della censura preventiva, smette di essere un luogo di crescita e diventa un terreno di conquista per l’estremismo. Annullare un incontro per «evitare infiltrazioni di estranei» significa ammettere che lo Stato non è più in grado di garantire legalità e libertà di espressione all’interno delle proprie istituzioni. Quando le istituzioni ammainano la propria bandiera per timore di un volantino o di un presidio, la sconfitta non è solo politica: è soprattutto educativa. Si insegna ai ragazzi che l’intimidazione è uno strumento di veto legittimo e che la complessità del mondo reale può essere cancellata, purché lo decida un’assemblea di parte.

