Di Vincenzo Freni
Oggi, Primo Maggio, al ritorno dalla passeggiata con Mia, lo confesso: mi sono emozionato. Ho quasi pianto. Il primo discorso che ho ascoltato è stato quello solenne di un leader sindacale, vibrante di passione autentica (o quasi). Ha esordito parlando del Popolo, il suo Popolo, quello che lo elegge, s’intende. “Cari compagni, amici e cittadini, i salari sono troppo bassi. La gente non ce la fa più! Non si arriva a fine mese!” Giù applausi. Le bandiere sventolano.
“Non si arriva a fine mese”. Lo urla con la voce spezzata dalla commozione, galvanizzato dalla partecipazione della folla. Descrive il dramma quotidiano con l’intensità di un attore consumato, con una convinzione quasi… convincente. La parabola del “mese infinito”, ripetuta come un mantra, diventa una formula magica capace di strappare ovazioni automatiche. Anche lui in fondo ha difficoltà ad arrivare a fine mese, pensa alle rate dello yacht, al mantenimento della villa con quella piscina così impegnativa o al tragico aumento delle spese nella comunicazione. Dietro di lui, la folla scandiva slogan, le bandiere garrivano al vento, i pugni erano alzati.
Ma il momento di più alta, autentica commozione è arrivato dopo. Lì, sì, ho pianto davvero. Scorrendo Facebook, mi è apparso il video di un europarlamentare: sottofondo musicale soave, volto serio, compunto. Lo stesso copione del “Non si arriva a fine mese.” E lo diceva con quella sofferta partecipazione che solo chi dispone di stipendi a cinque cifre, benefit, diaria, rimborsi e un vitalizio garantito riesce talvolta a simulare con impeccabile professionalità. Si immedesima. Eccome se si immedesima.
A quel punto, più che un discorso politico, sembrava una produzione automatica. Bastava impostare l’algoritmo sulla modalità “Retorica Sociale Preconfezionata”, inserire la frase-chiave “Non si arriva a fine mese” e, probabilmente, il risultato sarebbe stato più credibile. Credetemi: sentire un rappresentante istituzionale con stipendi, benefit e privilegi di rango superiore (parliamo di almeno 20-25mila eurini al mese tra stipendio, diaria e rimborsi vari) immedesimarsi così profondamente nel dramma salariale del cittadino comune è stata un’esperienza toccante.
Una cosa è certa: lui sa cosa significa stringere la cinghia… forse quella dell’accappatoio quando sale sul suo yacht. E allora mi è tornata in mente una vecchia barzelletta raccontata da Gigi Proietti. Un contadino si reca da un avvocato di paese, un “azzeccagarbugli” che sfoglia le carte processuali. Si ferma su una pagina, la legge e sentenzia tristemente: “Qui te se inculano”. Gira pagina. Sorride soddisfatto: “Qui vincemo”. Gira ancora. “Qui te se inculano”. E così avanti, tra una pagina e l’altra. Finché il contadino, esasperato, gli domanda: “Scusi avvocato… ma perché quando perdo dice ‘te se inculano’, e quando vinco dice ‘vincemo’?”. Ecco.
