Firenze e lo scandalo delle 842 case popolari vuote: 3.500 famiglie in attesa mentre la burocrazia paralizza tutto

GERMOGLI PH: 14 GENNAIO 2018 FIRENZE VEDUTE AEREE CAREGGI CASE POPOLARI DI VIA NICCOLO' DA TOLENTINO

Condividi sui social

Tra degrado e immobilismo: perché a Firenze centinaia di case popolari restano vuote, mentre migliaia di famiglie sono in lista d’attesa

 

842 case popolari vuote. Quasi il 10% dell’intero patrimonio del Comune è sbarrato, inaccessibile. E il dato più scioccante non è solo la quantità, ma il tempo: ci sono alloggi che aspettano un inquilino da oltre 16 anni. Sedici anni di polvere, mentre 3.500 famiglie sono in lista d’attesa, sperando in un tetto che non arriva mai.

Ma cosa succede dentro gli uffici del Comune? Spesso sentiamo l’amministrazione puntare il dito contro il governo, lamentando la mancanza di fondi nazionali. È una narrazione comoda, ma guardando da vicino la macchina comunale, il sospetto è che il problema sia soprattutto interno. La verità è che l’Ufficio Casa sembra svuotato: manca il personale tecnico necessario per fare i sopralluoghi, mancano i professionisti per scrivere i capitolati d’appalto, e ogni gara d’affidamento si trasforma in un labirinto burocratico infinito. I soldi ci sarebbero anche – basti pensare ai 20 milioni stanziati negli ultimi anni – ma se mancano le “braccia” e le “menti” per far partire i cantieri, quei milioni restano numeri su un pezzo di carta.

In questo scenario, emerge una pratica che ha il sapore della beffa: chiedere agli stessi assegnatari di farsi carico dei lavori di ristrutturazione in cambio di uno sconto sull’affitto. Sulla carta sembra una soluzione di buon senso, ma nella realtà diventa una trappola. I capitolati tecnici preparati dagli uffici spesso presentano cifre gonfiate, totalmente fuori mercato rispetto ai costi reali dell’edilizia. Così, il cittadino si ritrova tra l’incudine e il martello: o accetta di gestire una ristrutturazione complessa con stime irreali, o continua a vivere in una casa che cade a pezzi, o peggio, continua a restarne fuori.

Nel frattempo, la fisionomia di chi vive nelle case popolari è cambiata. Non sono più le grandi famiglie operaie degli anni ’90; oggi sono anziani soli, padri separati, lavoratori precari e nuovi cittadini stranieri. Persone fragili che avrebbero bisogno di un’amministrazione agile e presente, non di un sistema che si incarta su se stesso. Prima di guardare a Roma e criticare le mancanze altrui, Palazzo Vecchio dovrebbe fare un bagno di realtà. Non si può parlare di “emergenza abitativa” se poi la propria macchina amministrativa non è in grado di rimettere in sesto un appartamento in meno di tre lustri. È tempo di smetterla con i rimpalli e di iniziare a riaprire quelle porte, una per una.