L’ex Teatro Comunale, i vincoli paesaggistici, gli atti amministrativi e l’esposto alla Guardia di Finanza: la domanda ora è capire chi avesse il compito di vigilare e perché si sia arrivati a chiedere alla magistratura di ricostruire la vicenda
La domanda, alla fine, è molto semplice: chi doveva controllare quello che stava accadendo all’ex Teatro Comunale? Perché qui non stiamo parlando di una piccola ristrutturazione privata o di una veranda sul terrazzo di casa. Stiamo parlando di un’opera enorme, visibile e fortemente impattante, realizzata nel cuore di Firenze, a due passi dall’Arno, in una zona sottoposta a vincoli e dentro una città che vive anche della tutela del proprio patrimonio storico e paesaggistico.
Ed è proprio per questo che l’esposto presentato da Massimo Sabatini, Matteo Chelli e Angela Sirello alla Guardia di Finanza pone una questione che va ben oltre le eventuali responsabilità penali che dovrà accertare la magistratura. Pone una questione di controlli. E soprattutto di una possibile catena di omissioni. Perché al comune mortale, quando vuole realizzare anche una piccola opera, vengono richieste autorizzazioni, documenti, rispetto delle prescrizioni, pareri e controlli. Basta modificare una finestra, intervenire su una facciata o realizzare un’opera che incida sull’aspetto esterno di un immobile e spesso si apre un percorso fatto di autorizzazioni e verifiche. E allora viene spontaneo chiedersi: perché davanti a un intervento di questa portata la macchina dei controlli sembra essersi inceppata? L’esposto punta proprio su questo: capire chi aveva il compito di vigilare, quali controlli siano stati effettuati, quali prescrizioni siano state rispettate e, soprattutto, perché alcune questioni siano rimaste senza una risposta definitiva.
Il capitolo più delicato sembra essere quello paesaggistico. Da una parte il Comune, dall’altra la Regione. In mezzo prescrizioni, atti, autorizzazioni e pareri degli organismi competenti. E quando qualcosa non torna, la responsabilità sembra viaggiare da un ufficio all’altro. I consiglieri sostengono di aver documentato, attraverso accessi agli atti e scambi di mail, anche le vicende legate all’archiviazione del procedimento comunale e dell’istruttoria regionale sull’autorizzazione paesaggistica. Hanno chiesto alla Regione di esercitare i propri poteri sostitutivi di vigilanza. La risposta è stata negativa. E così arriviamo al punto più difficile da comprendere per un cittadino: Comune e Regione si chiamano in causa a vicenda, mentre il problema rimane sul tavolo.
Non spetta certo a un post sui social stabilire se ci siano state violazioni o responsabilità penali. Questo dovrà accertarlo la Procura, che ora, dopo l’acquisizione dell’esposto corredato da una ventina di allegati, farà ulteriori verifiche. Ma una cosa è assolutamente legittimo chiedersela: com’è possibile che per una piccola opera al cittadino vengano richieste mille attenzioni, mentre davanti a un intervento tanto grande e tanto impattante si arrivi a una situazione nella quale, ancora oggi, bisogna chiedere alla magistratura di ricostruire chi avrebbe dovuto controllare cosa?
Perché il problema non è soltanto il “cubo nero”. Il problema è la catena dei controlli che avrebbe dovuto impedirci di arrivare fin qui. E se davvero ci sono state falle, omissioni o sovrapposizioni di competenze, sarà necessario capire dove e perché si siano verificate. Perché il continuo rimpallo di responsabilità tra chi avrebbe dovuto vigilare rischia di diventare, esso stesso, la parte più inquietante dell’intera vicenda.

