«Ora basta, adesso denuncio», ha sbottato la settimana scorsa la sindachessa Funaro, portando faldoni di fermi immagine dagli avvocati e nelle redazioni dei giornali, nell’intento di mettere alla berlina i commenti di odio su Facebook nei suoi confronti e metterli a frutto per la sua propaganda personale. Ella ha infatti annunciato la creazione di uno specifico «fondo per le donne» con gli eventuali proventi delle cause giudiziarie, affinché possano permettersi le spese legali per casi analoghi al suo. Agli uomini, invece, nulla: evidentemente tutto è lecito contro di loro, nonostante il peso delle contraddizioni della società sia portato perlopiù da loro (tanto per fare un esempio, la maggior parte dei suicidi annovera individui della popolazione maschile, non femminile). Idea e misura più sessiste non potevano esser concepite.
il Partito AntiDemocratico, dunque, ascolta i cittadini solo quando economicamente e politicamente comodo: è da chiedersi, come prima cosa, se con maggiore attenzione e umiltà verso il loro scontento, magari risolvendone concretamente le cause, si sarebbe potuto evitare di arrivare alle estreme conseguenze dell’auspicare l’esecuzione della Prima Cittadina. Sebbene alcuni dei suddetti commenti siano oggettivamente inaccettabili e disgustosi, La Nazione Firenze, forse in un eccesso del suo caratteristico zelo, ha diffuso sabato screenshots anche di critiche politiche, aspre sì ma certamente non personali o diffamatorie («Vai a lavorare peracottara…siete il cancro dell’Italia» e «Questa giunta e quelle precedenti della stessa mafia hanno devastato Firenze. Spero che i soldi che avete fatto con questa mala gestione li spendiate tutti in medicine») e, curiosamente, anche un «dagli una testata» (da chi, però, non si capisce). Ordunque, se la «testata» la invoca il presidente piddino del Q5 finisce tutto a tarallucci e vino, ma se a far ciò è un comune cittadino contro una sua collega di partito si corre subito in Procura? Difficile credere alla casualità nella modalità con cui tale fatto è stato raccontato, ancor più difficile convincersi che non si tratti di un pretesto per limitare sempre più la libertà di critica, di parola e di espressione.
Certo, in essa chiaramente non rientra il definire pubblicamente «mostro», «troione» o «faccia di merda» una persona, ancor più se una figura politica (donna o uomo non fa nessuna differenza, la gravità è la stessa). Noi, da parte nostra, non promuoveremo mai una lotta politica condotta con tali toni, a prescindere dal destinatario, anche perché trattasi di un modus operandi che non solo non aggiunge nulla al dibattito, ma è pienamente funzionale al gioco di chi si vuole criticare o condannare. Non stupirebbe se, a seguito di indagine più accurata, emergesse lo sfondo di un’operazione di falsa bandiera escogitata e attuata dallo stesso PD per compattare partito e cittadinanza attorno alla sindachessa e irreggimentare l’opinione pubblica, comprimendo via via tutti gli spazi di dissenso.
Ciò detto, illudersi che queste vicende meritino “dichiarazioni di solidarietà” o che addirittura nel loro nome possano esistere “battaglie comuni” col PD, i suoi esponenti e il suo sistema, è oltremodo deleterio. I dem, come tutti, raccolgono ciò che seminano: odio, antipatia, disprezzo e violenza. Ipocrita delegittimare le forze dell’ordine per poi ricorrervi quando certe invocazioni violano il codice penale, la «testata» che si auspica prima o poi la si riceve, chi di body shaming ferisce di body shaming perisce (quante delle femministe adesso insorte sono rimaste mute, o peggio hanno preso parte, alle analoghe offese rivolte in passato alla Presidente del Consiglio?). Tale è, per render metafora il titolo di un libro che, professandosi i suddetti “di sinistra” avrebbero dovuto leggere e comprendere, la dialettica della natura.

