La fine della Firenze dei fiorentini: tra affitti turistici, degrado e un mercato immobiliare fuori controllo
Di Roberto Vedovi
I dati demografici del febbraio 2026 non sono che l’ultimo capitolo di una cronaca annunciata: la perdita di oltre 14.500 residenti in un solo decennio rappresenta una vera e propria emorragia sociale. Firenze non sta semplicemente cambiando; sta subendo una mutazione genetica. Quella che una volta era una città-comunità si sta trasformando in un “asset finanziario” a cielo aperto, dove il diritto all’abitare è stato sacrificato sull’altare della rendita turistica e della speculazione immobiliare.
Le radici storiche di questo esodo affondano nel dopoguerra, ma trovano il loro culmine simbolico nell’alluvione del 1966. Quell’evento non sommerse solo opere d’arte, ma spezzò il legame fisico di migliaia di famiglie con i “bassi” del centro storico. Chi fuggì verso i nuovi quartieri satelliti come l’Isolotto o Novoli non tornò più, avviando una lenta ma inesorabile separazione tra il “cuore” monumentale e il corpo sociale della città. Negli anni ’90 e nei primi 2000, le scelte urbanistiche hanno completato l’opera. Spostare il Polo Universitario e il Palazzo di Giustizia a Novoli e frammentare gli uffici pubblici ha svuotato il centro della sua funzione vitale: il lavoro. Una volta rimosso il cittadino che vive e lavora in centro, è rimasto un vuoto pneumatico che il mercato del turismo ha riempito voracemente, trasformando le case in dormitori per trolley.
Esiste oggi una sensazione diffusa e amara tra chi è rimasto: l’idea che l’amministrazione cittadina abbia operato, consciamente o meno, una sostituzione del target umano. Il residente è diventato un soggetto “scomodo” e antieconomico. Il cittadino ha pretese: vuole asili nido, chiede parcheggi per i residenti, esige che i rifiuti siano raccolti a ore umane, pretende il silenzio notturno e servizi sanitari di prossimità. In breve, il residente è visto come un costo di gestione.
Al contrario, la “massa fluida” dei turisti è il cliente ideale. Arriva, consuma cibo rapido, spende in souvenir e tasse di soggiorno, e soprattutto se ne va dopo tre giorni senza rivendicare alcun diritto civico. Questa logica ha portato a una “foodification” selvaggia: le botteghe storiche, i ferramenta, i calzolai — presidi fondamentali di socialità — sono stati rimpiazzati da minimarket e catene di ristorazione seriale. La città non serve più a chi ci vive, ma a chi la attraversa.
Le colpe delle varie amministrazioni comunali, da quelle dei “sindaci manager” fino a oggi, risiedono in una gestione del patrimonio pubblico orientata esclusivamente alla cassa. La vendita sistematica di ex caserme, conventi ed ex ospedali a fondi d’investimento internazionali ha precluso ogni possibilità di creare un polmone di edilizia agevolata. In questo vuoto si sono inseriti gli studentati di lusso. Presentati come soluzioni alla crisi abitativa studentesca, si sono rivelati hotel mascherati con rette che superano i 1.000 euro al mese. Invece di calmierare i prezzi, queste strutture hanno alzato l’asticella del mercato: se una stanza in uno studentato costa mille euro, il privato si sente legittimato a chiederne 800 per una soffitta in periferia. Le giovani coppie, prive di garanzie o stipendi da manager, vengono così spinte oltre i confini del comune, spesso nella prima o seconda cintura dell’hinterland.
Oggi, con i numeri del 2026 alla mano, i politici locali sembrano “finalmente essersi accorti” che la situazione è fuori controllo. Le citazioni che arrivano dai corridoi del potere suonano tanto come ammissioni di colpa quanto come grida di aiuto. Serena Perini (Presidente Q3) ammette con pragmatismo tardivo: “Il problema è che le giovani coppie non possono più permettersi Firenze”. Michele Pierguidi (Presidente Q2) “Se non si interviene sulla residenzialità, anche quartieri come Campo di Marte rischiano di svuotarsi della loro anima. Il mercato immobiliare sta espellendo il ceto medio e le famiglie, trasformando ogni metro quadro in un’occasione di rendita turistica.” Sara Funaro, nel suo ruolo di sindaca, parla della necessità di “misure drastiche per non perdere l’identità”. Tuttavia, queste dichiarazioni arrivano dopo anni in cui si è permesso al mercato degli affitti brevi di fagocitare interi rioni. Le recenti crociate contro gli Airbnb in area UNESCO appaiono come un tentativo di svuotare il mare con un cucchiaino: il tessuto sociale è già sfilacciato e la fiducia dei cittadini è ai minimi storici.
A rendere l’esilio una scelta quasi obbligata per molti, specialmente per gli anziani e le famiglie, è il fattore sicurezza. Non si tratta solo di percezione: le classifiche nazionali (come l’Indice della Criminalità del Sole 24 Ore) collocano costantemente Firenze ai vertici per furti, borseggi e rapine in strada. Borseggi frequenti nelle zone ad alta densità turistica che si riflettono sui residenti, sparizione dei negozi di vicinato e aumento di zone “morte” dopo l’orario di chiusura dei negozi per turisti. Quando il tuo vicino di casa cambia ogni tre giorni (Airbnb), viene meno il controllo sociale spontaneo della comunità. Un anziano che vive in un condominio trasformato in un alveare di affitti brevi si sente un estraneo in casa propria. La mancanza di un vicinato stabile genera insicurezza; la sparizione della bottega sotto casa rende la logistica quotidiana un’impresa. Se a questo si aggiunge un costo dell’affitto o del mutuo insostenibile, la fuga verso i comuni della cintura metropolitana o verso le province limitrofe non è più un desiderio di tranquillità, ma una necessità di sopravvivenza.
Firenze sta vivendo una tempesta perfetta dove speculazione, turismo fuori controllo e un’urbanistica priva di visione sociale hanno creato una città “per pochi”. La sfida per il futuro non è più attrarre nuovi investitori, ma convincere i fiorentini a restare. E questo non si fa con i divieti tardivi, ma restituendo le chiavi della città a chi, quella città, la ama non per profitto, ma per appartenenza.
Foto: Copyright Fotocronache Germogli