FOCUS LFCV | Stadio Frankenstein, canone zero per 60 anni: il rischio di un affare privato con soldi pubblici

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Perché Palazzo Vecchio rinuncia al canone dopo un investimento pubblico di enorme portata?
Non è che ritardi, varianti e costi già sostenuti lo hanno messo con le spalle al muro?

 

Il comune di Firenze dichiara il pubblico interesse della proposta presentata da ACF Fiorentina per il completamento e la gestione dello stadio Artemio Franchi. La decisione arriva a conclusione della conferenza dei servizi preliminare, terminata il 13 ottobre e definisce le condizioni per dare all’impianto una prospettiva di lungo periodo, completarne la riqualificazione e garantirne la conservazione.

Una concessione di sessanta anni, circa 101 milioni di euro di investimenti privati e l’assunzione, da parte del futuro concessionario, di tutti gli oneri di gestione e manutenzione ordinaria e straordinaria dell’intero complesso. Il club viola in poche parole gestirà l’impianto per i prossimi sessanta anni senza versare un euro di canone annuale al comune. Una partita che vale molto più del calcio poichè in gioco ci sono risorse pubbliche, investimenti privati, ricavi commerciali e il futuro economico di uno dei beni più importanti della città.

La sindaco Funaro ha definito il passaggio «molto importante per il futuro dello stadio Franchi e per tutta Firenze» ma la domanda è inevitabile: importante per chi e a quali condizioni? Dopo anni di lavori, varianti, ritardi e risorse pubbliche impegnate, non basta sapere quanto investirà la Fiorentina, ma è necessario capire anche quali vantaggi economici otterrà in cambio, quali entrate potrà generare lo stadio e soprattutto, quanto valore tornerà ai fiorentini. Il punto non è contestare il diritto della Fiorentina a investire e valorizzare il Franchi; il punto è capire se l’accordo tuteli davvero anche l’interesse pubblico.

Vediamo i numeri: la proposta prevede circa 54 milioni di euro di investimenti privati, al netto dell’Iva, per il completamento delle opere, ai quali si aggiunge la cosiddetta «Wave 3», relativa agli allestimenti finali dell’impianto, ai servizi e agli spazi commerciali, per un investimento stimato da Fiorentina in circa 47 milioni di euro. Spese distribuite nell’arco dei 60 anni e non di un investimento iniziale.

Tutti felici e tutto molto bello? Ci spiace rovinare la festa ma  per noi non è tutto bello e vi diciamo perché non siamo convinti. Perché mai i fiorentini, tramite la loro amministrazione comunale dopo aver impegnato centinaia di milioni di euro pubblici nella riqualificazione dell’Artemio Franchi dovrebbero rinunciare ad ottenere un ritorno economico significativo?

Guardiamoci intorno e limitandoci al panorama italiano. A Torino, l’Allianz Stadium – diventato uno degli esempi più evidenti di come uno stadio possa trasformarsi in una risorsa economica – secondo le ricostruzioni pubblicate nel settembre 2026 ha diritti di denominazione dell’impianto che valgono alla Juventus circa 10 milioni di euro l’anno con un accordo commerciale che s’inserisce in una strategia ampia nella quale lo stadio produce ricavi attraverso biglietteria, ospitalità, museo, tour, eventi e attività commerciali.

A Firenze, invece, il quadro che si sta delineando è molto diverso. Il confronto non dimostra automaticamente che l’accordo fiorentino sia sconveniente: Torino e Firenze hanno storie cittadine e calcistiche, strutture proprietarie, condizioni contrattuali e modelli economici differenti, ma il paragone pone una questione politica ineludibile: se uno stadio può produrre ricavi per milioni di euro ogni anno, perché il Comune proprietario dovrebbe rinunciare a una parte del valore economico che quel bene è in grado di generare?

Nel settembre 2026 la stampa sportiva italiana ha ricostruito i ricavi da stadio della Juventus, che sono risultati superiori ai 90 milioni di euro nella stagione 2025-2026, considerando il complesso delle attività riconducibili all’impianto. I soli diritti di denominazione, secondo la stessa ricostruzione, valgono circa 10 milioni di euro annui. È questo un dato che merita attenzione anche se, lo ribadiamo, è evidente che i ricavi complessivi della Juventus non sono paragonabili a quelli che potrebbe realizzare il Franchi. La domanda rimane però sospesa: perché Firenze non dovrebbe pretendere che una parte di questo valore torni alla collettività?

Il mercato europeo dei cosiddetti naming rights, cioè i diritti commerciali che consentono a un marchio di associare il proprio nome a uno stadio mostra quanto possa valere la visibilità garantita da un grande impianto.
Una valutazione pubblicata nel gennaio 2026 dalla società di analisi The Sponsor ha stimato il valore annuo di mercato dei diritti di denominazione di alcuni grandi stadi europei in queste cifre: Santiago Bernabéu di Madrid ha un valore annuo stimato di 21,1 milioni di euro; lo Spotify Camp Nou di Barcellona 18,5 milioni di euro; l’Allianz Arena di Monaco 16,4 milioni di euro; l’Emirates Stadium di Londra 14,5 milioni di euro; Wembley, sempre a Londra, 14,4 milioni di euro; il Parc des Princes di Parigi 13,4 milioni di euro e il Tottenham Hotspur Stadium, ancora a Londra, 12,9 milioni di euro.

Si tratta di stime del valore di mercato, non necessariamente dei corrispettivi effettivamente incassati dai proprietari degli impianti, ma sono comunque cifre che restituiscono la dimensione economica di un mercato spesso sottovalutato nel dibattito italiano. Il nome di uno stadio può diventare un prodotto commerciale, soprattutto quando l’impianto ospita una squadra di richiamo internazionale e dispone di spazi, servizi e attività capaci di attrarre pubblico e aziende. Questo non significa che il Franchi possa automaticamente ottenere 10, 15 o 20 milioni di euro l’anno; ma la sua configurazione architettonica, i vincoli monumentali, il bacino commerciale e il calendario degli eventi richiedono una valutazione specifica in virtù del fatto che Firenze è città di fama mondiale.

Proprio per questo sarebbe necessario sapere se il comune abbia approfondito tutte le possibilità di una valorizzazione economica dello stadio, compresa un’eventuale sponsorizzazione del nome e quale ritorno potrebbe ottenere da ciascuna soluzione. La domanda non è quanto valga il nome del Franchi in astratto. La domanda è quanto Firenze abbia intenzione di fare per valorizzarlo, invece di lasciare che il suo potenziale economico sia interamente assorbito dalla gestione privata.

Facciamo un ulteriore sforzo e andiamo oltre Torino e oltre le grandi capitali europee del calcio e  vediamo allora quanto vale il nome di uno stadio in città medio-piccole? A Udine l’accordo con Bluenergy vale circa un milione di euro all’anno; a Bergamo, il passaggio da Gewiss a New Balance ha portato il valore dei naming rights a 2,4 milioni di euro a stagione. Cifre che finiscono direttamente nelle casse delle società sportive e che dimostrano come un impianto moderno possa diventare anche una risorsa commerciale, oltre che un luogo in cui giocare a calcio. Ma c’è un’altra differenza che Firenze non può ignorare. L’Udinese ha partecipato direttamente alla ricostruzione del Friuli grazie a un accordo di lunghissima durata con il Comune; l’Atalanta, invece, ha acquistato lo stadio di Bergamo attraverso una procedura pubblica e ha sostenuto negli anni successivi un’importante operazione di riqualificazione, ricorrendo anche a finanziamenti bancari.

A Firenze, invece il comune che ha scelto di investire ingenti risorse pubbliche nella riqualificazione del Franchi ora si trova davanti a una proposta di concessione sessantennale senza canone annuo. È una differenza che merita una spiegazione puntuale. Non basta dire che la Fiorentina investirà centinaia di milioni nel corso dei prossimi sessanta anni. Bisogna sapere quanto costeranno davvero i lavori, quali obblighi di manutenzione saranno a carico del club, quali ricavi potrà generare lo stadio e soprattutto, quale quota di quel valore tornerà alla collettività.

Perché se il nome di uno stadio può valere milioni, se gli spazi commerciali possono produrre ricavi e se concerti, eventi e attività extra-calcistiche possono ampliare il giro d’affari, la domanda è inevitabile: perché il Comune di Firenze dovrebbe rinunciare in partenza a un canone, senza rendere evidente quale beneficio economico riceveranno i cittadini in cambio dell’investimento pubblico? Il Franchi non è soltanto la casa della Fiorentina. È un bene che appartiene alla storia e alla città di Firenze e quando le risorse pubbliche entrano in gioco, la concessione non può essere valutata soltanto in base a quanto spenderà il concessionario: deve essere giudicata anche in base a quanto valore restituirà alla comunità. Il canone zero non è necessariamente un errore, ma, dopo un investimento pubblico tanto rilevante, è una scelta che Palazzo Vecchio ha il dovere di giustificare euro per euro anche perché c’è un dettaglio, anzi due, che merita di essere approfondito.

Fu Michele Pierguidi, presidente del Quartiere 2 a sollevare l’ipotesi di cercare uno sponsor per lo stadio fiorentino con l’obiettivo di contribuire a recuperare almeno una parte delle risorse impiegate nella riqualificazione. Un’idea di buon senso, indubbiamente che è arrivata lo scorso anno sulla scia del precedente dibattito sull’ipotesi dei naming rights per il Franchi evocata durante un dibattito nel 2022 dall’allora sindaco Dario Nardella che parlava apertamente di almeno due milioni di euro a stagione. Una stima da aggiornare, certo, ma sufficiente a porre un interrogativo: nell’arco di una concessione tanto lunga, anche un ricavo apparentemente accessorio potrebbe tradursi in una somma significativa.

Allora il punto politico è semplice: se l’idea di uno sponsor è stata avanzata anche per recuperare risorse pubbliche, sarebbe paradossale che, una volta assegnata la gestione, quella stessa opportunità diventasse esclusivamente un affare privato. Non perché la Fiorentina non abbia diritto a valorizzare gli investimenti che sosterrà, ma perché anche il comune deve poter dimostrare di avere negoziato le condizioni più convenienti per la città.

La domanda che Palazzo Vecchio dovrebbe chiarire prima della firma definitiva è dunque questa: se il Franchi troverà uno sponsor da uno, due o più milioni di euro all’anno chi avrà diritto a quei soldi? E se saranno interamente della Fiorentina, quale ritorno economico ulteriore avrà la città dopo aver contribuito con risorse pubbliche alla riqualificazione dello stadio? Non basta discutere di quanto il club investirà e di quanto costerà mantenere l’impianto. bisogna mettere nero su bianco anche chi potrà sfruttarne i ricavi: naming rights, pubblicità, eventi, hospitality e attività commerciali.

Se poi lo sponsor doveva essere una strada per recuperare i soldi pubblici investiti Firenze ha il diritto di sapere se quella strada resterà aperta anche per la città. La questione del Franchi non dovrebbe essere trasformata in uno scontro tra tifosi e amministrazione, né in una contrapposizione ideologica tra pubblico e privato. La Fiorentina ha interesse a disporre di uno stadio adeguato e il Comune ha interesse a completare un’opera che ha già richiesto risorse e impegno amministrativo considerevoli, ma proprio perché gli interessi sono legittimi, l’accordo deve essere equilibrato e deve esserlo prima della firma definitiva.

Infine, la sindaca Funaro e la Giunta hanno il compito di spiegare ai fiorentini perché la soluzione individuata sia la più conveniente per Firenze.
Quale ritorno finanziario avrà Firenze dopo aver sostenuto una parte così rilevante del costo di riqualificazione? Quali garanzie impediranno che i ricavi più interessanti vadano interamente al concessionario mentre eventuali imprevisti tornino a bussare alla porta dell’amministrazione? Chi detiene il diritto di associare un marchio al nome dello stadio?

E allora, infine, resta la domanda delle domande. Dopo aver impegnato moltissime risorse pubbliche, accumulato varianti progettuali e visto slittare le scadenze delle consegne lavori, Palazzo Vecchio si trova oggi nella condizione di dover chiudere la partita del Franchi ad ogni costo? Non è che pur di portare a termine un’opera diventata sempre più onerosa e complessa, il comune ha finito fra ritardi, varianti, costi lievitati e già sostenuti, per perdere forza contrattuale nei confronti della Fiorentina?

Un’ipotesi, certo, ma se il contributo economico che la società mette sul tavolo per completare l’operazione diventasse il prezzo politico di una concessione lunga sessanta anni, senza canone annuale, allora la questione andrebbe ben oltre il calcio.