Il vino di Brozzi

© Fotocronache Germogli, specificare data

In copertina: Carnevale rionale in maschera a Brozzi (Copyright Fotocronache Germogli, 17 settembre 2011)

 

Da un vecchio detto fiorentino, una ricostruzione su una “centralità periferica” di Firenze: Brozzi.

 

“Esser peggio del vin di Brozzi”. Un detto fiorentino, antico, tanto antico da esser citato già a metà ‘600 pure da Lorenzo Lippi, che oltre a celebre pittore tra i massimi esponenti del Barocco fiorentino, fu anche un sagace poeta satirico. Ne Il Malmantile racquistato (parodia de La Gerusalemme liberata e La Gerusalemme conquistata di Torquato Tasso) scrive:

“Ma che? siccome ad un che sempre ingolla

del ben di Dio, e trinca del migliore,

il vin di Brozzi, un pane e una cipolla”.

Sul finire dello stesso secolo, pure lo scienziato Francesco Redi, che fu anche colto letterato, ma si dilettava in poesie giocose, lo citò ancor più chiaramente:

“E per pena sempre ingozzi

vin di Brozzi,

di Quaracchi e di Peretola”.

Perché tanta terribile fama? In questa terra palustre certo la vigna, che ha bisogno di terreni ben drenati, non cresceva bene. Vuoi per l’eccessivo assorbimento d’acqua che porta gli acini a diventare troppo grandi e acquosi, riducendo la concentrazione di zuccheri e aromi; vuoi perché le radici, soffocate dall’acqua stagnante, non si sviluppano in profondità e non riescono ad assorbire i nutrienti a tutto svantaggio del sapore; vuoi perché umidità e la mancanza di un suolo ben aerato rallentano il processo di maturazione, compromettendo l’equilibrio tra zuccheri e acidità; vuoi perché i funghi della vite trovavano terreno fertile, il vino qui prodotto doveva essere davvero di bassa qualità. Imbevibile, a meno tu non abbia l’umido della palude da scacciarti di dosso.

Il vino di questa piana era così terribile che, con il solito sarcasmo fiorentino, gli osti di città, lo avevano ribattezzato “Il vino delle cinque terre”. Si sa che le cinque terre in provincia di La Spezia producono un vino eccezionale: Corniglia, Manarola, Monte Rosso, Rio Maggiore, Vernazza, dove le vigne godono del salubre clima marino, esposte al tiepido sole e coltivate su terrazzamenti ricavati da ripidi pendii, hanno tutto un altro habitat; ma per ironica antifrasi fiorentina, le cinque terre nostrane erano Peretola, Quaracchi, Brozzi, San Donnino e Lecore.

E sì che Brozzi era fieramente terreno di palude: tanto fieramente che, quando nel 1809 sarebbe divenuto comune, scelse proprio la palude e precisamente quella dell’Osmannoro, con Monte Morello sullo sfondo e le canne in fiore in primo piano, orgogliosamente più che se fossero rose; e nessuna aquila maestosa in cielo, ma quasi a sberleffo di tante dimostrazioni muscolari degli altri vessilli, due belle anatre che spiccano il volo.

Comune lo sarebbe rimasto per quasi 120 anni: fu uno degli ultimi a essere soppressi insieme al Galluzzo, per l’espansione del Comune di Firenze, nel 1928. E ancora sopravvie qualche ultimo anziano che ha scritto sull’atto di nascita “nato nel Comune di Brozzi”. Ma a differenza del Galluzzo, divenuto una ridente frazione sull’altipiano a sud della città, quell’atto di annessione sarebbe divenuto per Brozzi il crollo di un sogno di affrancamento e riscatto, anche per un buon nome che si era fatto per la lavorazione tradizionale della paglia; Palazzo Vecchio è sempre stato lontano e da borgo si sarebbe avviato a diventare sobborgo. Pure smembrato: San Donnino dato a Campi, San Mauro a Signa e parte di quell’Osmannoro del vessillo, quasi a onta, a Sesto.

Rimane però un’identità tanto forte nel borgo antico, quanto anomia e problemi della periferia dormitorio nella propaggine delle Piagge.

E poi i brozzesi a dirla tutta sono sempre stati guardati un po’ con la puzza sotto il naso dai fiorentini, che verso la Piana si rivolgono con uno sguardo di insolenza. Lo riassume un altro detto alquanto poco politicamente corretto, che stigmatizza queste genti:

“Brozzi, Peretola e Campi, la peggio genia che Cristo stampi”.

Ma in riva del Fosso Macinante di dignitosa miserabilità di palude ne hanno fatta virtù. Lo avrebbe riassunto solo mezzo secolo fa il geniale comico Raimondo Vianello, con la creazione del personaggio di Osvaldo Bracaloni nel programma Il Giocondo:

“Noi di Brozzi, più che tu ci sfotti e più che tu ci aizzi”.

Non rimane che buttare giù un altro bicchiere per sedare gli animi. Peccato non sappia più di palude, ma di solfiti.