Tra il 2015 e il 2025 il commercio di prossimità perde 7.149 esercizi. Cresce solo la ristorazione, mentre piccoli negozi tradizionali faticano a sopravvivere
In Toscana il paesaggio urbano sta cambiando profondamente, con il commercio di prossimità in forte contrazione. Secondo l’Osservatorio reciprocità e commercio locale realizzato da Nomisma in collaborazione con Percorsi di Secondo welfare, tra il 2015 e il 2025 sono scomparsi 7.149 negozi di vicinato. Il totale degli esercizi attivi è sceso da oltre 88.300 a poco più di 81.000.
Le province più colpite in termini assoluti sono Pisa, che ha perso 1.367 negozi, seguita da Firenze (-956), Massa-Carrara (-942) e Lucca (-923). In percentuale il calo più pesante si registra a Massa-Carrara (-16,3%), davanti a Pisa (-13,8%), Arezzo (-11,4%) e Siena (-10,6%). Firenze, pur segnando una contrazione del -4,4%, mantiene un tessuto commerciale più resistente rispetto alle altre province.
Mentre i negozi tradizionali soffrono, la ristorazione si conferma il settore più vitale. Negli ultimi dieci anni il numero di addetti nel commercio di prossimità toscano è aumentato di oltre 30.900 unità, arrivando a superare i 190.500. Gli incrementi più significativi si registrano a Firenze (+25,2%), Prato (+21,7%), Grosseto (+21,4%) e Livorno (+20,8%).
I settori che hanno pagato il prezzo più alto sono quelli della cultura e dello svago, del tessile, abbigliamento e accessori, oltre a comparti storici come ferramenta, gioiellerie, mobili e alimentari. Al contrario, mostrano segnali positivi il commercio di articoli per l’edilizia e i servizi legati alla cura della persona, sostenuti rispettivamente dal ciclo delle costruzioni e da una domanda crescente di benessere.
L’analisi economica rivela un quadro contrastato. Le imprese di prossimità rimaste attive hanno visto crescere i ricavi medi del 37,8% tra il 2015 e il 2024. La performance migliore arriva da Pisa (+57,1%), Siena (+51,6%) e Arezzo (+48%). Tra le categorie, i bar registrano l’aumento più consistente dei ricavi, seguiti dagli articoli per l’edilizia, dalla ristorazione, dagli alimentari e bevande, dai mobili e dalle gioiellerie. Più contenuti i progressi di ferramenta e cura della persona. Rimangono in difficoltà tessile-abbigliamento e cultura-svago, penalizzati dalla contrazione dei consumi discrezionali e dalla concorrenza dell’online.
Questo dato nasconde però una forte sperequazione: mentre alcune attività più strutturate crescono, le piccole realtà faticano a mantenere la sostenibilità economica, con un divario competitivo che si allarga. La perdita di negozi di vicinato non riguarda solo l’economia. La scomparsa di questi esercizi incide sulla vivibilità dei quartieri, sulla socialità quotidiana e sulla percezione di sicurezza delle città. I luoghi dove si poteva fare una spesa veloce, scambiare due parole o trovare un prodotto di prima necessità diventano sempre più rari, modificando le abitudini e l’identità stessa dei centri urbani toscani.
Il fenomeno richiede attenzione da parte di istituzioni e operatori: sostenere il commercio di prossimità significa non solo difendere posti di lavoro, ma preservare il tessuto sociale e l’attrattività dei territori. In un decennio la Toscana ha già perso migliaia di “botteghe”, e invertire la tendenza resta una sfida aperta per il futuro delle sue città e paesi.

