La vecchia Stazione di Michelucci non c’è più

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di Francesco Borgognoni

Nella Stazione ferroviaria di Santa Maria Novella ci sono due tempere di Ottone Rosai. In questi dipinti vengono rappresentati paesaggi di una campagna inesistente. Ci sono i campi, le case, gli alberi, ma niente si riconduce, nella loro interazione, ad elementi propri di un paesaggio agrario. Toscano meno che mai. Questi non-luoghi, posti in agguato come un buco nero tra le stelle, stanno, attualmente, tra gli arredi di una libreria-cartoleria-bar-buffet (e altro), secondo le modalità di risistemazione che hanno trasformato il prodigio architettonico di Michelucci in qualcosa che ci ricorda un tegame di verdura ripassata al sugo. Via il deposito bagagli via le sale di aspetto, via le panchine lungo i binari e via il vecchio buffet. Quello che aveva un lungo bancone davanti al quale ci si poteva sedere dalle 7 del mattino alle 2 del mattino seguente. Alle spalle di questo banco, in una atmosfera che ricordava gli ambienti di Edward Hopper, la Grande Tentazione di Rosai, che con isuoi lavori ci portava Altrove. Adesso, immersi tra plastiche e profumerie, ristorazione e abbigliamento seriali, fa male ricordare il legno brunito e l’ottone che integravano la severa razionalità dell’opera. La vecchia Stazione di Michelucci non c’è più. Essa vive nei ricordi di chi l’ha conosciuta, forse più adesso di quando ancora esisteva. E questo è il limite, il peccato originale, da cui non ci siamo emendati. Non cogliere il passaggio, non abitare il presente, non essere all’altezza del Compito.