Lettera aperta al piccolo Domenico

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Io, volontaria nella logistica dei trapianti, piango Domenico che sarà il nostro angelo speciale in ogni missione.
Ma non perdonerò mai chi lo ha condannato

 

Confesso, per me sono stati giorni lunghi e difficili. Ho perso molte ore di sonno, perché la mia testa era sempre con te, Domenico.

I tuoi occhietti vivaci, che si intuivano anche dietro immagini sfuocate, le tue guancette rosse e paffute, il tuo sorriso strappabaci mi hanno conquistata subito.
Lo so, può sembrare banale e forse lo è. Ma la tua storia ha commosso l’Italia intera. Sei diventato il figlio di tutti noi.

E oggi, nel momento del dolore, confesso di provare anche nausea davanti a chi riempie i social di sentenze, opinioni, verità improvvisate.
Tacete, vi prego. Le vostre parole non servono a nulla. Non servono a tua mamma Patrizia, a tuo papà, ai tuoi fratelli. Non servono a nessuno. Sono solo un fastidioso ronzio.

Come sempre: quando gioca la Nazionale siamo tutti allenatori di calcio, quando crolla un ponte siamo tutti ingegneri, con il Covid eravamo tutti virologi. Oggi siamo tutti esperti di trapiantologia. Senza sapere.

Anche la stampa, Domenico, e lo dico da giornalista, spesso non ha saputo raccontare davvero la tua storia. Perché davanti a vicende così intime e così tecnicamente complesse, se non si conosce, è meglio tacere.

Io l’ho fatto per rispetto verso di te. Perché conosco questo mondo da quindici anni. Sono volontaria nel Nucleo Operativo di Protezione Civile per la logistica dei trapianti e in questo frangente di tempo ho contribuito a salvare, collegando il punto A dove c’è il donatore con il punto B dove c’è il ricevente circa 200 persone.

Ci chiamano “angeli della vita”, “angeli dei trapianti”. In realtà siamo 130 uomini e donne che, ogni tanto, mettono in pausa la propria vita per andare in ogni angolo del mondo a prendere in consegna organi, midollo, cellule staminali. Per portare vita. In 33 anni di attività, tutti insieme, abbiamo visto rinascere la fiammella della vita in 15.000 persone.

Quando ho iniziato, ricordo che mi tremavano i polsi. Pensare di custodire un dono così prezioso mi faceva paura.
Poi ho scoperto che questa attività ti cambia. Ti rende più forte. Ti dà un’energia incredibile.

Ogni viaggio è per noi una missione. Saltando alcuni pasti, perdendo ore di sonno, affrontando ritardi di aerei e treni, tempeste e alluvioni, scioperi e imprevisti di ogni tipo.
Ma quel box non lo molliamo mai. È stretto sempre tra le nostre mani.

Lo accarezziamo. Lo coccoliamo. Io, lo confesso, ci parlo anche. Perché lì dentro c’è una vita. Spesso l’ultima possibilità.

Domenico, sapessi quanto tremano le mani quando dentro quel box c’è il dono per un bambino come te. E sapessi che emozione quando, dopo aver consegnato quella vita ai medici, mi metto in un angolo a piangere. Di felicità. Sarei venuta a piedi, per portarti un cuore nuovo. Lo avrei fatto io. Lo avrebbero fatto tutti i miei colleghi volontari.

E invece no. Questa storia non si è conclusa con un lieto fine.

Sapere che chi doveva proteggerti ti ha condannato per sciatteria è una ferita che non si rimargina.
Noi sappiamo che un cuore non si conserva col ghiaccio secco. Lo sapevano anche loro. Sapevano di averlo “bruciato”. Eppure te lo hanno trapiantato lo stesso, togliendoti il tuo, che magari faticava, ma era ancora lì. Combatteva.

Perché? Per non far scendere una curva di performance? Per difendere delle statistiche? Ti hanno trasformato in un numero. E quando hanno capito che non saresti stato una medaglia da esibire, ti hanno abbandonato al tuo destino. Maledetti adulti che ti dovevano proteggere e prendersi cura di te.

In ognuno di nostri viaggi, che non a caso chiamiamo missioni, quel box che contiene la vita lo teniamo stretto fra le nostre braccia e lo trattiamo come un bambino da proteggere. Ricordo che una volta, a Barcellona, ho anche dormito con una vita. L’ho tenuta tutta la notte sotto le coperte. Accanto a me. Come si fa con chi ami.

Domenico, non riesco a staccarmi dai tuoi occhi, dal tuo sorriso. Ho sperato fino all’ultimo in un miracolo.
Sognavo di vederti tornare a casa, correre con i tuoi fratelli, con un cuore nuovo nel petto che batteva forte.

Perdonaci, Domenico. Perdona chi ti ha tradito. Chi ha nascosto la verità per giorni, forse decisivi. Chi ha pensato più a se stesso che a te.

Ora apri le tue ali.
Proteggi mamma, papà, i tuoi fratellini.
Proteggi anche noi, “angeli dei trapianti”, in ogni missione.

Stai certo che noi ti porteremo sempre con noi. In ogni missione.
Sarai il nostro angelo speciale.