L’ombra delle Brigate Rosse nel 2026: Terrorismo e indottrinamento di minori, la deriva eversiva dei CARC

Polizia di Stato. Foto Germogli

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Terrorismo e nostalgie BR: perché il vittimismo dei CARC è inaccettabile

 

Le perquisizioni di ieri tra Napoli e Firenze non sono un semplice “eccesso di zelo” giudiziario, ma il segnale di un salto di gravità: quando la Direzione Distrettuale Antimafia ipotizza un’associazione ispirata alla tradizione delle Brigate Rosse, non siamo davanti a un normale contenzioso politico, e il tentativo dei CARC, Il Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo, di liquidare tutto come “montatura” è irresponsabile e pericoloso.

Secondo quanto reso noto dalla stampa locale e nazionale, all’alba di ieri la Digos di Napoli ha eseguito perquisizioni nelle abitazioni di sei persone, cinque nel capoluogo campano e una a Firenze, nell’ambito di un’indagine per terrorismo disposta dalla Procura di Napoli.
Tra i perquisiti figurano tre membri della Direzione nazionale del Partito dei CARC (Paolo Babini, Igor Papaleo, Marco Coppola) ed è coinvolto anche un minorenne, circostanza che aggrava ulteriormente il quadro.

Sul mandato di perquisizione – pubblicizzato dagli stessi CARC – sono indicati: l’articolo 270 bis per aver promosso o organizzato un’associazione volta a commettere atti di violenza con finalità di terrorismo ed eversione richiamandosi all’operatività delle Brigate Rosse e delle Nuove Brigate Rosse, con l’aggravante di aver indotto un minorenne; gli articoli 110 e 414 per apologia pubblica dei delitti di terrorismo, con richiami espliciti alle BR e alle NBR. Gli inquirenti contestano quindi non solo una propaganda radicale, ma un’organizzazione finalizzata a possibili atti violenti di matrice terroristica, ispirati a esperienze che hanno segnato in modo sanguinoso la storia repubblicana.

Il comunicato ufficiale pubblicato sul sito del partito parla di “evidente e provocatoria montatura giudiziaria”, rovesciando immediatamente il piano: non un’indagine su ipotesi gravissime, ma una presunta offensiva “forcaiola e anticomunista” delle procure. La stessa nota descrive il 270 bis come “vecchio arnese” repressivo e bolla le contestazioni per apologia del terrorismo come “moderne perversioni repressive tipo reato della parola e propaganda terroristica a mezzo social”, negando ogni legittimità all’azione della magistratura e della polizia.

Nella dichiarazione radiofonica di ieri, l’esponente dei CARC Silvia Fruzzetti ha insistito sulla narrativa della “criminalizzazione del dissenso”, sostenendo che l’obiettivo reale non sia perseguire reati, ma creare un clima di isolamento e paura attorno alle organizzazioni che “si mettono alla testa della lotta per cacciare il governo Meloni, amici dei sionisti e guerrafondai”.  Ma l’ipotesi di un’associazione che si richiama alle Brigate Rosse e alle Nuove Brigate Rosse non è un dettaglio: significa, come emerso dall’indagine, evocare, anche solo sul piano simbolico, una stagione di omicidi, gambizzazioni, sequestri e tentativi di destabilizzazione violenta delle istituzioni democratiche. Che un partito che si definisce “comunista” non prenda immediatamente le distanze dal solo riferimento alle BR, ma anzi relativizzi le contestazioni parlando di “reato della parola”, mostra un cortocircuito politico e culturale profondo, che banalizza il terrorismo come se fosse una variante radicale della protesta sociale.

Ancora più inquietante è la presenza di un minorenne tra i soggetti coinvolti, elemento che la stessa Procura contesta come aggravante per induzione di un giovane a reati di natura terroristica. Se anche la linea difensiva dei CARC si limitasse a dire che “è solo un simpatizzante giovane”, rimane il fatto che un’organizzazione adulta, strutturata e organizzata lo espone al rischio di un’inchiesta per terrorismo. I CARC provano a spostare il terreno sul binario del diritto alla parola: si parla di “reato della parola”, di propaganda “a mezzo social” come se fosse di per sé prova dell’arbitrio repressivo.  

Ma qui non si tratta di mettere il bavaglio alle opinioni radicali, ma di fissare una linea di demarcazione netta: tra critica, anche durissima, al governo e alle politiche in carica e – come sostiene l’accusa della procura di Napoli – la legittimazione di modelli organizzativi e pratiche che si ispirano a gruppi armati.

Oggi non è in discussione la libertà dei CARC di fare opposizione al governo, di scendere in piazza, di criticare le politiche sulla sicurezza, sulla guerra o sul lavoro: tutto ciò è pienamente garantito dall’ordinamento democratico. Quello che è in discussione è l’uso sistematico del vittimismo militante per sminuire accuse gravissime – terrorismo, eversione, apologia delle Brigate Rosse – come se fossero poco più che multe per un volantinaggio senza permesso. In questo quadro, la condanna politica dei CARC è doverosa non “perché sono comunisti”, ma perché persistono a collocarsi su un crinale che normalizza simboli, linguaggi e riferimenti al terrorismo rosso, rifiutando di riconoscere la legittimità stessa delle indagini.
Chi rivendica di voler “cacciare il governo” e al tempo stesso liquida le accuse della procura di Napoli come “montatura giudiziaria”, non sta difendendo la democrazia: sta giocando con il fuoco di una memoria storica che l’Italia ha pagato a caro prezzo e che non può essere rimessa in circolo con leggerezza militante.